Zucchero, i 70 anni del bluesman emiliano

Il 21 dicembre 2010 Rai 2 ha trasmesso lo speciale Un soffio caldo – Natale con Zucchero. Tra gli ospiti c’erano Bono Vox e Sting. Entrambi hanno dato una definizione del loro amico emiliano: “Uno con i capelli da leone, una voce da leone” disse Bono. “Ogni Paese ha un artista che lo rappresenta – le parole di Sting – per me Springsteen è l’America, Bono è l’Irlanda e Zucchero è la voce italiana nel mondo”.

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Arrivato al traguardo dei 70 anni, Adelmo Zucchero Fornaciari può vantare un curriculum unico, realmente eccezionale per un artista italiano. E’ nato a Roncocesi, in provincia di Reggio Emilia, il 25 settembre 1955. Il nome d’arte Zucchero è preso da un ricordo d’infanzia: la maestra delle elementari lo definiva “dolce come lo zucchero”.

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La festa per il compleanno l’ha organizzata a Verona in uno dei dei dodici concerti ospitati dall’Arena che rappresentano un ideale riassunto di una carriera da più di 60 milioni di dischi venduti – di cui 8 milioni solo con Oro, incenso & birra. Una carriera iniziata dopo una gavetta bella lunga: “Ho iniziato a cantare con la mia chitarra nel giardino di casa a 11 anni”, ha raccontato, “mi insegnava gli accordi uno studente di Veterinaria: La prima canzone che imparai fu California dreamin’ dei Mama’s e Papas. Poi i primi gruppi a scuola, a 13 anni, suonavamo alle feste dei compagni di classe”.

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Dopo un decennio (gli anni 70) di gruppi e gruppetti il primo step importante arrivò con la vittoria al festival di Castrocaro nel 1980. Alla fine, nel 1982, dopo una lunghissima trattativa riuscì a ottenere un contratto con la Polygram, ma l’inizio non fu incoraggiante: “Era il 1982 – ha raccontato –dopo un interminabile viaggio in autostop arrivi ai Milano per un appuntamento negli uffici della casa discografica. Dopo due ore di anticamera sentii il direttore artistico parlare di me: “quello è uno sfigato, con quella faccia e con quella voce non combinerà mai nulla. Mandatelo via”. Nello stesso anno esordì a Sanremo nella categoria Giovani con Una notte che vola via, poi arrivò l’album Un po’ di Zucchero. Niente di memorabile.

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“All’inizio non credevano a quello che volevo fare: soul, blues, mischiato alle cose italiane – ha raccontato a Repubblica – Per almeno otto anni mi hanno ripetuto che quella roba lì non era popolare, “la tua voce rauca non funzionerà”. Se vuoi andare a Sanremo o fare un disco di successo devi avere una voce più pulita,somigliare ai cantanti melodici, tipo Riccardo Fogli. Ci ho provato, a Sanremo non è successo niente. Poi mi ribellai, sembrava tutto finito, ma arrivò un discografico che mi diede un’ultima chance. Poi con Donne sono andato all’Ariston, arrivai ultimo ma da lì è partito tutto”.

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Un tutto che ha significato un successo internazionale: è stato il primo artista occidentale ad esibirsi al Cremlino dopo la caduta del Muro di Berlino e, a oggi, resta l’ unico italiano ad aver calcato il palco del leggendario Festival di Woodstock nel 1994. E’ stato lui ,nel 1992, a dare vita al Pavarotti & Friends insieme al Maestro Luciano Pavarotti: un gala di beneficenza che unì per la prima volta pop e lirica, dando vita a un evento trasmesso in mondovisione e replicato per un decennio. Il suo impegno umanitario lo ha visto protagonista di tutti gli eventi 46664 per Nelson Mandela, del Freddie Mercury Tribute (1992), del Net Aid organizzato da Bono a New York (1999) e di due edizioni del Rainforest Fund di Sting.

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E poi l’infinito elenco di collaborazioni: da Miles Davis a Eric Clapton, da Ray Charles a BB King, passando per Sting, Bono, Joe Cocker, Peter Gabriel, Mark Knopfler e Queen. E poi il concerto alla Royal Albert Hall del 2004 (con ospiti come Clapton, Brian May e Pavarotti), la nomination ai Grammy nel 2007, o il live a L’Avana nel 2012, definito il più grande mai tenuto da un artista straniero a Cuba, con oltre 80.000 persone.

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Una lunga teoria di ricordi e di aneddoti. A chi lo rimproverava di muoversi come Joe Cocker ha replicato: “E’ vero, ma è una cosa che mi veniva istintiva perché lo amavo e mi immedesimavo in lui. La postura viene da dentro, è naturale”.

E sul suo incontro con Miles Davis ha raccontato a Repubblica: “Era il mio primo incontro con una star internazionale. Fu un’operazione davvero stravagante. Lui era in tour in Italia, io ero alle Maldive per cercare di salvare il mio matrimonio. In un ristorante sentì Dune mosse, e disse al promoter italiano, Mimmo D’Alessandro, che voleva suonarci sopra. Mimmo mi ha chiamato subito, ma io non gli ho creduto, mi ha richiamato, alla fine mi sono convinto, sono tornato dalle Maldive mandando definitivamente a rotoli il mio matrimonio e siamo partiti per New York. Sono arrivato di notte in studio, ero al piano e suonavo Dune mosse. Davis è entrato senza salutare nessuno, con gli occhiali scuri, e con quella sua voce bassissima mi ha detto subito “stai suonando nella chiave sbagliata”. Io ero timidissimo, sono rimasto un po’ basito, poi ho pensato che forse aveva sentito la canzone da un mangianastri con le pile un po’ scariche e forse si era abbassata la tonalità. Lui ha detto “forse” e ha riscritto tutto nella tonalità giusta. Dopo il panico andò tutto bene, aveva fatto 5 o 6 versioni, mi voleva vicino a lui, mi diceva che amava la mia voce. “Quale versione devo tenere?”, gli chiesi. “Prendi quella senza note stonate, anche se nel jazz Gil Evans ci insegna che non ne esistono”.

In mezzo a tanti successi anche una lunga depressione, che ha avuto timore di raccontare: “Mi sono dovuto ricostruire, non avevo più voglia di fare niente. Quando mi vedevo nei video live piangevo e mi chiedevo dove avessi preso quell’energia. Ma per fortuna sono capitate cose incredibili: sono stato chiamato da Brian May per il tributo a Freddie Mercury, ho conosciuto Bocelli, è venuta Miserere. C’è sempre una mano che ti tira su”.

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