Il privilegio di non dover vincere

La prossima campagna elettorale potrebbe vedere tra i propri protagonisti diversi leader di partiti senza chance di vincere, e che useranno la libertà che questa posizione conferisce come punto di forza. La loro relativa debolezza elettorale può trasformarsi in forza comunicativa. Chi non deve conquistare il 42% può permettersi di parlare soltanto al proprio 5, 7 o 10 per cento, e soprattutto può parlare molto più forte.

A un lavoro di cucitura interno alle coalizioni per definire geometrie e perimetri, infatti, in questi ultimi mesi è corrisposto un lavoro ancor più incessante al di fuori delle alleanze. Le discussioni sulla nuova legge elettorale non hanno scoraggiato le forze al di fuori delle due fazioni, anzi: un po’ a sorpresa, i principali movimenti di questo periodo sono stati indipendenti dagli accordi.

Di Vannacci si è parlato molto: Futuro Nazionale non ha ancora definito se si alleerà o meno con le forze di governo. I futuristi si sono concentrati soprattutto su posizionamento e identità, scontrandosi in diverse occasioni con le forze di maggioranza, ma lasciando le porte aperte a una futura alleanza. Questo lavoro finora ha dato frutti che vanno ben oltre i dati dei sondaggi: il generale ha dettato l’agenda e ha intercettato il senso comune del Paese sui temi securitari, occupando uno spazio molto ambito.

Fuori dai poli staziona anche Carlo Calenda, forte di un posizionamento stabile da tempo. Ci sono altre forze in ascesa al momento non interessate ad alleanze, come Ora! e il Partito Liberal-democratico, oltre alla novità di Spazio Pubblico di Pina Picierno. Lo spazio al centro c’è, i leader e le classi dirigenti dei tanti partiti liberali hanno ora il compito di individuare una strategia per mostrare forza ed essere decisivi nella prossima legislatura.

Infine, si vocifera da tempo di una discesa in campo di Di Battista, a contendere a Conte e ai 5 Stelle il campo dell’antipolitica e un elettorato antisistema.

Questi movimenti rappresentano un attacco indiretto al bipolarismo: Di Battista colpirebbe il campo largo nella sua componente pentastellata, Vannacci attinge a piene mani nell’elettorato della destra, in primis di Fratelli d’Italia e Lega, mentre i centristi cercheranno di intercettare consensi trasversali. L’obiettivo di queste realtà, che ambiscono a mostrarsi decisive, è quello di impedire il raggiungimento del premio di maggioranza alle principali coalizioni: è un obiettivo realistico, ma non facile. Contro di loro gioca un fattore storicamente rilevante nella politica italiana, il voto utile. Molte forze fuori dai poli hanno iniziato le campagne elettorali, negli ultimi decenni, con consensi importanti poi volatilizzatisi rapidamente con l’avvicinarsi del voto. Siamo un Paese di elettori cresciuti con una cultura politica di contrapposizione, rappresentata da veri e propri “muri”: la paura dei “comunisti” e dei “fascisti” ha spesso mobilitato gli elettorati in funzione “negativa”, attraverso un voto “contro”, per far perdere gli avversari più temuti. Per questo, chi sta fuori dalle alleanze ha la libertà e il bisogno di lavorare per costruire una alternativa credibile, ma prima ancora di definire la propria identità. Posizionamento forte, battaglie riconoscibili e credibili, parole d’ordine chiare: Vannacci domina i temi della sicurezza e dell’identità nazionale, e lo fa proprio perché non ha alleati con cui mediare il proprio messaggio. Calenda, Picierno, Boldrin, Marattin e il mondo libdem fanno della competenza la propria bandiera e sfidano le coalizioni su economia e politica estera, Di Battista andrebbe all-in su Gaza e la battaglia anti-establishment. Un posizionamento fortemente riconoscibile è la ricetta per salvare una forza fuori dai Poli. Sono le grandi coalizioni, invece, a faticare per definizione a costruire un’identità precisa, costrette a trovare autodefinizioni ampie e rassicuranti per tenere insieme alleati ed elettorati diversi. Questa libertà di movimento e di definizione è il grande vantaggio delle formazioni minori. Ma il vantaggio contiene anche un limite: parlare forte con un linguaggio codificato, costruire un’identità iper-definita limita l’elettorato potenziale. Può garantire successo, soprattutto nel breve termine, ma allo stesso tempo può rivelarsi un “tappo”, che nel lungo periodo rischia di ingabbiare partiti che avrebbero grandi possibilità di espansione.

Nel 2027 quindi assisteremo a una sfida doppia. Una è quella, classica, tra il centrodestra e il centrosinistra, per governare. L’altra, la lanceranno le forze fuori dai due poli, ed è quella per risultare indispensabili.

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