Pma e scambio di embrioni: con Witness l’errore è (quasi) impossibile

“Il sistema elettronico Witness? E’ quello che ci fa dormire sereni la notte”. E’ il pensiero più diffuso tra gli embriologi dopo lo scambio di embrioni avvenuto al centro Pma del San Raffaele di Milano. Uno scambio dagli esiti drammatici per le pazienti coinvolte, ma anche per il personale medico. Un errore possibile quando il sistema di controllo è interamente in mani umane.

Il racconto del percorso

Benché il rischio zero non esista, con un sistema elettronico come il Witness la percentuale di errori ci si avvicina molto. Ma come funziona? L’abbiamo chiesto a chi lo utilizza già dal 2012, al centro Genera di Roma, la dottoressa Roberta Maggiulli, coordinatrice dei laboratori del gruppo IVIRMA, il più grande gruppo privato di procreazione assistita, che racconta a Salute nei minimi dettagli qual è la procedurache viene seguita dal momento in cui una coppia comincia il percorso della procreazione assistita.

L’elettronica minimizza l’errore

Procedura supportata dalla tecnologia del sistema Witness elettronico. “La legge italiana prevede un secondo testimone umano per tutte le fasi critiche del processo – premette – che è comunque vulnerabile perché il carico di lavoro può essere eccessivo, o quel giorno magari gli operatori sono stressati. L’elettronica consente di minimizzare il rischio di errore umano, e se dovesse capitare il sistema lancia un allarme sonoro molto forte e blocca le procedure”.

L’arrivo e la card

Ma andiamo per gradi, dal momento dell’arrivo della coppia per il prelievo degli ovociti e/o degli spermatozoi: i controlli sono speculari per uomo e donna e i percorsi pienamente sovrapponibili. “All’ingresso, o anche il giorno prima, viene consegnata una card simile a una tessera del bancomat – dettaglia Maggiulli – con tutte le informazioni sull’identità della paziente, sia l’uomo che la donna, quindi nome e cognome, data di nascita e codice identificativo unico. Il sistema registra in tempo reale e automatico anche le informazioni sul nome dell’operatore e del secondo testimone (quando necessario) che effettua la singola procedura. Le stesse informazioni vengono replicate su un chip che viene attaccato a tutte le provette necessarie per la procedura, e ogni volta che una provetta si avvicina a uno degli strumenti di laboratorio il chip viene letto da un sistema a radiofrequenza che trasmette i dati della paziente allo strumento stesso. Quando comincia la procedura del prelievo di ovociti per la donna (o di spermatozoi per l’uomo) i pazienti consegnano la tessera all’infermiera, che chiede la conferma a voce dei dati, poi la tessera viene inserita in lettore di card e tutta la workstation per la manipolazione dei gameti viene dedicata alla paziente in sala operatoria per il prelievo. Gli ovociti vengono, quindi, presi in carico dall’embriologo, che deve autenticarsi sull’apparecchiatura mediante un sistema di identificazione contactless, analogo a quello utilizzato per lo skipass. Avvicinandosi alla strumentazione, il sistema registra automaticamente i dati della paziente, il nome e cognome dell’operatore, l’orario e il tipo di procedura eseguita. Infine si procede al cambio provetta degli ovociti: qui il sistema automatico legge le info e le trasferisce sul chip vergine della nuova provetta. Infine gli ovociti vengono messi in un incubatore per un paio d’ore prima di effettuare la procedura scelta per la fecondazione assistita. Nel laboratorio di andrologia si segue specularmente la stessa procedura”.

Il ritorno il giorno del trasferimento

A questo punto la card viene restituita alla coppia che deve riportarla il giorno del trasferimento dell’embrione. “I momenti di ingresso e di uscita dei gameti-embrioni per il trasferimento in utero o la crioconservazione sono i più critici e per questo utilizziamo il secondo testimone umano – continua l’esperta – e il rischio di errore è praticamente nullo. Al momento del transfer la paziente arriva con la sua card che viene di nuovo inserita nel lettore di card associato alla workstation e da quel momento il laboratorio è dedicato alla paziente in sala operatoria: l’embriologo prende la provetta contenente l’embrione, identificata dall’etichetta con i dati della coppia e dal chip, e si effettua l’ultimo controllo umano: il personale chiede alla paziente l’identità, controlla che siano gli stessi della workstation, e sullo schermo del computer appaiono tutte le conferme, dalla sala operatoria alla seconda conferma dell’operatore umano, che è un operatore dedicato a quella procedura. Perché il sistema sia affidabile non devono esserci buchi di nessun tipo nel sistema di controllo, ogni passaggio è collegato al successivo e deve essere adeguatamente tracciato e verificato. È la continuità della catena di controllo a garantire la sicurezza dell’intero processo. Il sistema poi è in grado di rilevare tutti gli errori, sia quelli procedurali che quelli critici, e ci avverte con un sistema sonoro che mette in atto un blocco delle procedure”.

Dal 2012 usiamo già Witness

Il centro romano utilizza il sistema Witness dal 2012. “Ma è diventato una priorità in tutti i nostri centri di Pma, quindi anche i centri IVI e Demetra – continua Maggiulli – e organizziamo corsi di formazione per il personale sulla sicurezza dei pazienti, che è fondamentale per le pazienti prima di tutto, ma anche per noi operatori e per i centri: un errore in questo campo è drammatico e compromette la reputazione, spesso in modo irreversibile. Però vorrei sottolineare che la sicurezza non è una responsabilità esclusiva del laboratorio. Il laboratorio è certamente un punto cruciale, ma la sicurezza nasce dalla corretta gestione di tutti i passaggi del percorso. Se anche un solo anello della catena presenta una criticità, il sistema nel suo complesso può diventare vulnerabile. Per questo è fondamentale che responsabilità e controlli siano garantiti lungo tutto il processo e da tutti i professionisti coinvolti”.

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