Tinto Brass, la moglie Caterina Varzi: “Ha fronteggiato la morte con l’eros e la bellezza”
VENEZIA – Doveva essere il grande ritorno alla Mostra di Tinto Brass. Incontriamo Caterina Varzi, sua moglie e compagna da vent’anni, proprio nel giorno in cui il regista veneziano avrebbe dovuto essere al Lido per l’omaggio che l’83. Venezia gli dedica con Col cuore in gola. Il film del 1967 con Jean-Louis Trintignant ed Ewa Aulin, presentato fuori concorso qui quasi sessant’anni fa, torna nella versione restaurata in 4K dal Centro Sperimentale di Cinematografia, con il supporto di Netflix.
Tinto Brass a Venezia, ostinato e contrario: “Col cuore in gola” è l’omaggio della Mostra
Brass, 93 anni, fino all’ultimo sperava di esserci. Una febbre arrivata tra sabato e domenica e le condizioni di salute delicate hanno però convinto i medici a sconsigliargli il viaggio. Caterina racconta il Tinto di oggi, sereno anche davanti alla morte, e quello di una vita: l’uomo che dopo un’emorragia cerebrale ha dovuto imparare di nuovo la propria storia, il compagno con cui ha costruito una famiglia fuori dalle convenzioni, il regista amico di Fellini e Antonioni, capace di imporre un giovanissimo Gigi Proietti e di rinunciare ad Arancia meccanica perché credeva nel suo L’urlo.
Quanto avrebbe voluto essere qui Tinto?
“Tantissimo. Venezia è una città che lo chiama profondamente. È la sua città, gli è nel cuore e da Venezia deriva anche una parte importante della cifra stilistica del suo cinema. Purtroppo tra sabato e domenica è sopravvenuta una febbre. Tinto sta attraversando un momento molto delicato, si sta riprendendo e le condizioni sono stabili, ma i medici hanno fortemente sconsigliato il viaggio”.
Come ha reagito quando ha saputo che proprio Col cuore in gola sarebbe tornato alla Mostra?
“Ha detto: ‘Mai arrendersi, mai’. È un riconoscimento che arriva anche tardi, considerando la sua età, ma la sua reazione è stata bellissima: ‘”Sapevo che prima o poi mi avrebbero capito. Sapevo che in capo al mondo avrei trovato il mio pubblico, non sapevo che l’avrei ritrovato proprio a Venezia”.
Come vive oggi questa fase della sua vita?
“Con serenità e accettazione. Il suo cruccio più grande è non aver più potuto fare film dopo l’emorragia cerebrale. Ma rispetto alla malattia e anche alla morte è molto sereno”.
Parlate della morte?
“Sì. Mi dice: “Ho sempre saputo che c’era la morte, per me è sempre stato un fatto naturale. Sapevo che potevo fronteggiarla con la bellezza”. Tinto è felice del cinema che ha fatto. Un cinema di dissenso, realizzato senza preoccuparsi delle lobby, del potere, del politicamente corretto. Ha vissuto come voleva vivere”.
E lei è pronta a perderlo?
“No. Non sono pronta. So che accadrà, so che non si può portare indietro l’orologio”.
In qualche modo lei Tinto ha già dovuto perderlo una volta, quando ebbe l’emorragia cerebrale.
“Sì. Il Tinto che conoscevo non c’era più. Non sapeva chi fosse, non camminava, non parlava. I medici erano molto pessimisti, io invece ero determinata a credere che avrebbe potuto recuperare”.
Come ha fatto ad aiutarlo a ritrovare la memoria?
“Mi sono affidata anche alla mia esperienza psicoanalitica. So che ciò che guarisce è la relazione. Sono entrata nel suo archivio e ho raccolto tutto ciò che poteva servire. Gli ho fatto imparare la sua vita quasi come fosse una sceneggiatura. A seconda delle giornate usavo fotografie, racconti, musica. Ho reinserito i dati fondamentali della sua esistenza e piano piano lui li ha rimessi insieme. Poi sono riaffiorati persino ricordi che io non conoscevo”.
In quel momento si sono anche ribaltati i ruoli tra voi.
“Sì. Sono dovuta diventare io la figura di riferimento, quella protettiva, e prendere tutto nelle mie mani. Prima era Tinto a essere molto protettivo nei miei confronti. Dopo la malattia sono stata io a doverlo essere con lui”.
È tornato lo stesso Tinto?
“È tornato lui. È incredibile. Anche oggi conserva una personalità fortissima e soprattutto la determinazione a rimanere sempre sé stesso”.
Quando vi siete conosciuti lui aveva appena perduto Tinta, la donna con cui aveva condiviso cinquant’anni.
“Quando l’ho conosciuto Tinta era morta da circa due anni e lui era molto depresso. Era stato un grandissimo amore. In quel periodo aveva scritto due sceneggiature, Vertigini e Ziva. Vertigini si concludeva con la morte del protagonista e me la sottopose. La perdita di Tinta lo aveva segnato profondamente”-
E lei come era entrata nella sua vita?
“Come avvocato. Ero andata da lui per proporgli un contratto per un documentario che poi non si fece. Ci rivedemmo circa un anno dopo perché mi chiesero di intervistarlo e di scavare nella sua vita. La sua premessa fu: “Lei non deve avere la pretesa di curarmi, perché le mie ossessioni, come dice Fellini, sono le mie benedizioni. La psicoanalisi non mi ha mai curato’”.
E vi siete dati del lei per molto tempo.
“Molto. Io ero guardinga e soprattutto lo erano la mia famiglia e i suoi figli. Avevo 46 anni e c’erano 27 anni di differenza tra noi. All’inizio qualcuno poteva pensare al vecchio regista che si approfittava della donna più giovane. Sono passati vent’anni: direi che abbiamo dimostrato che non era un capriccio”.
Il grande cantore della libertà sessuale aveva però una fortissima vocazione per la coppia.
“Sì, può sembrare paradossale, ma è così. Con Tinta è stato cinquant’anni: erano solidali, complici, quasi una cosa sola. Anche tra noi la libertà è sempre stata totale, ma insieme alla complicità. Quando ho incontrato Tinto avevo già una mia vita e una personalità compiuta. Lui mi ha aiutato a conservarle. Tra noi c’è stata integrazione, mai sovrapposizione”.
Una libertà che avete portato molto concretamente anche nella vostra vita. Oggi con voi vive anche un suo ex compagno.
“Sì. Ha avuto un ictus e a un certo punto abbiamo deciso che sarebbe venuto a vivere con noi. Siamo una famiglia che si è scelta nella libertà. E’ difficile, ma non impossibile”
Quando Tinto si è ammalato che cosa è successo intorno a voi? Vi siete sentiti abbandonati?
“Sì. È stato un banco di prova durissimo. Prima il telefono squillava continuamente, poi improvvisamente si è ammutolito. Mi sono sentita molto sola”.
Dal mondo dello spettacolo venne qualcuno a trovarlo?
“Quasi nessuno. Ricordo Stefania Sandrelli: veniva a trovarlo e portava la sua allegria. È stata una presenza bellissima, una cosa che mi ha colpito molto. E poi Gianfranco Salis, il fotografo con cui Tinto ha avuto un sodalizio di oltre quarant’anni. Sono rimaste davvero poche persone”.
Tinto ha attraversato una stagione irripetibile del cinema italiano. Con chi era davvero amico?
“Con Michelangelo Antonioni e Federico Fellini. Con Antonioni giocava a ping pong la domenica. A Fellini invece mandava tutti i suoi film. Federico amava molto anche quelli erotici e Tinto racconta che quando era particolarmente giù lo chiamava e gli chiedeva: “Senti Tinto, hai qualcosa da farmi vedere? Qualcosa che mi tiri su?”.”
Con Fellini ci fu anche un incontro professionale agli inizi.
“Sì. Quando Tinto aveva scritto Chi lavora è perduto andò da Fellini, che allora aveva una società di produzione, e gli propose il film. Gli disse che sarebbe costato 40 milioni, Fellini gli rispose che era impossibile, ma Tinto naturalmente lo fece lo stesso.”
Tinto aveva anche un grande fiuto per gli attori. È vero che impose Gigi Proietti per L’urlo?
“Sì. Proietti non lo volevano, Tinto invece lo impose. Il primo giorno di lavorazione mandò a prenderlo con una Rolls-Royce, perché era proprio la macchina che serviva per girare la scena. Gigi, vedendosela arrivare sotto casa, pensò che quello fosse il trattamento previsto per lui per tutto il film, che ogni mattina sarebbero andati a prenderlo in Rolls. Tinto rideva moltissimo quando raccontava questa storia”.
E proprio mentre faceva L’urlo arrivò un’offerta che avrebbe potuto cambiare la sua carriera: Arancia meccanica.
“La Paramount lo chiamò per dirigerlo. Ma Tinto stava facendo L’urlo e rispose che avrebbe potuto occuparsene dopo. Il progetto passò a Stanley Kubrick”.
Se n’è mai pentito?
“Mai. Questo è Tinto.”
Torniamo a Col cuore in gola. Che posto occupa nella sua storia?
“È uno dei momenti più alti del suo primo periodo. Tinto cercava di contaminare il linguaggio cinematografico con quello del fumetto. Era un esperimento che aveva già tentato con Yankee, ma lì ebbe enormi problemi con i produttori e soprattutto con il montaggio. Brass arrivava da una battaglia durissima proprio su Yankee. Nel 1967 raccontava di aver disconosciuto il film dopo che i produttori ne avevano modificato il montaggio e di aver ottenuto dal tribunale il diritto di difendere il proprio nome. Considerava Col cuore in gola “l’ideale proseguimento di quello che avrebbe voluto essere Yankee”.
Trintignant lo volle a tutti i costi?
“Sì Era appena esploso con Un uomo, una donna. Tinto andò a Parigi per convincerlo e gli consegnò una sceneggiatura che poi sarebbe cambiata moltissimo. Perciò la sua interpretazione è fortemente basata sull’improvvisazione. Tinto ha sempre ricordato il loro come un rapporto di lavoro felicissimo”.
E di Ewa Aulin che cosa ricordava?
“La sua straordinaria fotogenia. Diceva che bucava lo schermo. Era giovanissima, ma sia lei sia Trintignant avevano già il carisma dei grandi attori”.
Ci sono ancora molti Tinto Brass da scoprire?
“Tantissimi. Sto scrivendo un libro e proprio nelle ultime settimane ho trovato documenti che ricostruiscono un rapporto mai raccontato con il Gruppo 63, soprattutto con Enrico Filippini. Ho trovato anche materiale relativo a un progetto per portare sullo schermo Il tamburo di latta di Günter Grass. E poi ci sono moltissimi film mai realizzati, I Borgia, Il boudoir di Sade, Fanny e Tom. Ogni volta che apro un armadio viene fuori qualcosa”.
Dove ha voluto che restasse il suo archivio?
“A Roma. Su questo è stato categorico: “Il cinema l’ho fatto a Roma e l’archivio resta a Roma”.
E per lei continuare a lavorare su quell’archivio che cosa significa?
“È anche un modo per portarlo con me. Perché so che un giorno non ci sarà più. E mi mancherà tantissimo”.
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