I logopedisti: “Il passaporto non dice chi ha difficoltà con l’italiano a scuola”
Nel dibattito sulla presenza degli studenti stranieri nelle classi e sulla necessità di garantire a tutti un’adeguata conoscenza dell’italiano, la Federazione Logopedisti Italiani (Fli) interviene sottolineando come sia importante distinguere chi sta imparando l’italiano da chi presenta una vera difficoltà linguistica e ha bisogno di un intervento.
Il bilinguismo
Gli esperti sottolineano inoltre che parlare due o più lingue non è un disturbo, ma che, al contrario, le competenze linguistiche nella lingua madre, quindi la lingua parlata in casa, costituiscono un punto di forza per lo sviluppo del linguaggio.
In sintesi, “non è il passaporto a stabilire se un bambino avrà difficoltà linguistiche a scuola”, puntualizzano i logopedisti.

Parlare più lingue mantiene giovane il cervello
L’apprendimento
“Il problema posto dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara è reale: una conoscenza insufficiente dell’italiano può rappresentare un ostacolo all’apprendimento e all’integrazione scolastica – spiega Anna Giulia De Cagno, vicepresidente della Federazione Logopedisti Italiani -. Ma per intervenire efficacemente bisogna capire perché un bambino presenta una difficoltà linguistica, distinguendo chi sta attraversando un normale percorso di acquisizione dell’italiano come seconda lingua da chi presenta invece un vero disturbo e può avere bisogno di una presa in carico logopedica”.
A fornire indicazioni è una recente revisione, ‘La valutazione comunicativo-linguistica del bambino bilingue prescolare. Una revisione narrativa e riflessioni teorico-pratiche’, realizzata su iniziativa della Fli. Il lavoro indica come distinguere le difficoltà dovute a una ridotta esposizione a una lingua da quelle riconducibili a un vero disturbo del linguaggio.
“Il bilinguismo riguarda un bambino che cresce in una famiglia africana o asiatica esattamente come quello che utilizza a casa l’inglese, il francese, il tedesco o qualsiasi altra lingua – precisa De Cagno -. Ciò che conta dal punto di vista comunicativo-linguistico è la storia del bambino: quando è entrato in contatto con ciascuna lingua, quanto e come viene utilizzata, chi la parla con lui, la qualità dell’esposizione e le competenze sviluppate nelle diverse lingue”. I logopedisti si dicono infine pronti a collaborare con il ministero sui criteri di valutazione.
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