Premio Solinas, il cinema del futuro è scritto dalle donne

La Maddalena – Il cinema del futuro lo scrivono le donne. Almeno a giudicare dal Premio Solinas Experimenta Serie: i tre progetti arrivati alla fase conclusiva del percorso di sviluppo sono tutti firmati da donne e hanno protagoniste femminili. Au Pair di Margherita Arioli, Anita Della Cioppa e Valentina Morricone, Signorì di Cristina Ceccarelli e MèSA di Federica Corti e Michela Nuti, che a La Maddalena si è aggiudicato il premio realizzato con la collaborazione di di Rai Fiction.

MèSA nasce dalla storia vera di una cantautrice che, dopo un disturbo d’ansia, lascia la musica e va davvero a lavorare alle Poste. Una vicenda nella quale le due autrici si sono riconosciute immediatamente. “Sia io che Michela sappiamo cosa significa affrontare le difficoltà di un mondo artistico e scherziamo sempre dicendo: molliamo tutto e andiamo a lavorare alle Poste”, racconta Federica Corti. “Quando lei ci ha raccontato che, per un disturbo d’ansia, aveva lasciato la musica ed era davvero andata a lavorare alle Poste, la sua storia ci ha colpite molto. Abbiamo pensato che fosse un tema importante da affrontare per la nostra generazione, anche al di là del mestiere artistico. E poi ci toccava personalmente”.

La cantautrice ha consegnato loro non soltanto la propria storia, ma anche la musica. Ed è a lei che dedicano per prima cosa il premio. “Ci ha dato molta fiducia affidandoci la sua storia e la sua musica. Il mio ringraziamento va prima di tutto a lei”, dice Corti. “Si è fidata e affidata a noi, ci ha lasciato carta bianca nel maneggiare la sua storia e questo non è da tutti”, aggiunge Michela Nuti, che ringrazia anche “i tutor che ci hanno seguito e tutti gli amici sceneggiatori più giovani che, ancora prima della consegna al Solinas, si sono presi la briga di leggere il progetto, farci delle note e consigliarci”.

Amiche prima ancora che compagne di scrittura, MèSAè la prima storia che firmano insieme. “Eravamo già amiche, uscivamo insieme. Poi è arrivata questa storia e abbiamo deciso di svilupparla insieme perché sia il tono sia le tematiche risuonavano a entrambe”.

La sfida principale è stata trovare un tono capace di raccontare l’ansia senza trasformarla in un dramma. “Abbiamo scelto un tono da dramedy, cercando però di andare in profondità, ed è l’aspetto sul quale abbiamo lavorato di più durante questi mesi di sviluppo”, spiega Corti. “Abbiamo cercato di creare contesti realistici per noi trentenni, che ci troviamo ad affrontare tutte le sfide del mondo adulto, ma giocando sempre anche sulla commedia. Persino nella rappresentazione dell’ansia. La serie si chiama MèSA– fuori dalla mia testa, perché nella scrittura noi entriamo proprio nella testa della protagonista”.

Un tema che non conoscono soltanto sulla carta. “Ho avuto un periodo, prima di scegliere di fare la sceneggiatrice, in cui ho sofferto per qualche mese di un disturbo d’ansia. Forse anche perché non avevo ancora trovato la mia strada. Ma intanto la vita continuava a scorrere. Non volevamo cadere nel dramma, perché sarebbe stato facile. Per noi la commedia si basa sulla vita reale. Puoi stare male, soffrire di attacchi di panico, ma contemporaneamente la vita va avanti e questo crea anche situazioni divertenti. Non volevamo perderle per strada, perché la vita è tragicomica”.

Le strade che le hanno portate alla scrittura sono diverse. Michela Nuti aveva immaginato per sé tutt’altro futuro. “Pensavo di dover seguire una carriera più istituzionale, mi ero iscritta a Psicologia e stavo andando altrove. Ma qualcosa non mi tornava. Sono sempre stata affascinata soprattutto dal mondo seriale, ma anche dal cinema, e mentre guardavo le serie mi divertivo a immaginare di poterne scrivere di mie”. A 24 anni la svolta: “Ho preso coraggio e mi sono iscritta alla Holden. Da lì non mi sono più guardata indietro, a parte alcuni momenti in cui penso: chi me l’ha fatto fare? Meglio un lavoro stabile e sicuro. Ma sono sempre convinta della scelta”.

Federica Corti era partita invece dalla recitazione. “L’illuminazione è arrivata durante il Covid, che mi ha dato il tempo per scrivere. Ho cominciato a farlo e ho capito che era quello che volevo. Da lì ho continuato”.

Il dato che accompagna questa edizione di Experimenta è difficile da ignorare: tre progetti arrivati al percorso finale scritti interamente da donne e tre protagoniste femminili. “Secondo me è molto importante”, dice Corti. “Le sceneggiatrici hanno da sempre qualcosa da dire, ma ci vuole anche qualcuno disposto ad ascoltare le nostre storie, comprese quelle con protagoniste femminili complesse, non stereotipate. Dal lato creativo la voglia di raccontarle c’è. Poi serve qualcuno che le accolga. In questo caso i giurati hanno saputo farlo. Dei passi avanti sono stati fatti e questo premio ne è una dimostrazione”.

Nuti racconta una generazione professionale nella quale qualcosa sembra già essersi mosso. “Ho avuto la fortuna, nei pochi anni in cui faccio questo mestiere, di non incontrare grandi pregiudizi. Anche quando si va dai produttori per cercare un’opzione, mi sono confrontata con uomini e donne aperti a storie più moderne. Non mi è mai capitato che qualcuno dicesse che una serie era troppo femminile o aveva uno sguardo troppo femminile. In questi quattro o cinque anni ho notato una volontà crescente di dare risalto a queste storie, anche da parte di produttori uomini. Magari con la paura che non vengano capite, ma con la volontà di renderle il più universali possibile”.

Ora per Corti il traguardo è anche dietro la macchina da presa. “Sono anche regista oltre che sceneggiatrice. Il mio obiettivo a medio termine è esordire con un lungometraggio. Vediamo se prima riuscirò a esordire alla regia con il pilota di questa serie”.

Nuti torna invece proprio al tema da cui MèSA è partita, il difficile equilibrio tra vocazione e stabilità. “Il mio obiettivo è riuscire a vivere senza l’instabilità di questo mestiere. Ci sono stati anni positivi e altri meno e vorrei arrivare a una certa stabilità. Quest’anno, anche al di là della grande fortuna di aver vinto Experimenta, per alcune cose che sono successe forse posso cominciare a rasserenarmi”. Ma senza rinunciare al motivo per cui ha scelto questo lavoro: “Voglio continuare a scrivere storie che mi risuonano. Penso sia importante che ogni autore porti la propria voce in un progetto e non lavori semplicemente per un progetto”.

La loro vittoria arriva nell’edizione 41 del Premio Solinas, nato a La Maddalena nel 1985 per ricordare lo sceneggiatore sardo Franco Solinas e diventato negli anni un luogo di incontro tra autori e industria. L’edizione 2026 ha riunito sull’isola oltre 150 professionisti tra sceneggiatori, registi, produttori e broadcaster.

A guidarlo è Annamaria Granatello, presidente e direttrice artistica del Premio Solinas. “Creare le condizioni per far nascere e crescere le storie è il lavoro che il Premio Solinas svolge da 41 anni grazie al sostegno delle istituzioni nazionali, regionali e locali ma soprattutto grazie al lavoro inestimabile che durante il corso dell’anno svolgono sceneggiatori, registi, produttori, scrittori, critici e attori – dice Granatello – Al Premio Solinas il cinema lavora per il cinema e qui a La Maddalena si interroga e si mette in discussione cercando nuove forme di relazione collettiva-creativa tra i creatori della filiera”.

Il Premio Franco Solinas al Miglior soggetto è andato a La cerimonia di Antonella Gaeta e Ardalan Nabavinejad, un’impossibile storia d’amore che non può nemmeno iniziare tra una studentessa iraniana, ex badante di un’anziana signora persiana, e un giovane arrivato da Teheran per occuparsi del funerale della donna.

Due le menzioni speciali: Fiskemann di Gianmaria Lupo Cerutti, Sofia Corbascio e Tommaso Diaceri e Miss Sarajevo di Carlo Sorrentino, Giacomo Juan Tatò e Francesco Taverna.

Condividi questo contenuto: