Isabella Ragonese: “L’amore è l’unica via concreta per cambiare il mondo”

Milano – E l’amore? In un momento dominato da cronache di violenze, femminicidi, conflitti.. che fine ha fatto l’amore? Quello reale, quotidiano, fatto di complicità e malinconia, bellezza e noia? A raccontarlo, in una forma scenica originalissima, è Isabella Ragonese. L’attrice palermitana, nel pieno della maturità artistica, dopo tanti film (l’ultimo Il dio dell’amore di Lagi), questa stagione è a teatro, con il Coro degli amanti, vertiginoso duetto sul peso del tempo, della vita, della morte sui nostri sentimenti. È l’opera più famosa, del 2006, di Tiago Rodrigues, acclamato regista e autore portoghese, direttore del Festival di Avignone, amico del Piccolo Teatro di Milano che ora produce lo spettacolo atteso in scena dal 29 settembre, dove accanto a Ragonese c’è Francesco Alberici. “È un momento di profonda felicità creativa – racconta l’attrice piena di entusiasmo – Tiago è un artista incredibile, ha una sensibilità rara verso gli attori, forse perché è attore lui stesso. Abbiamo lavorato tutta l’estate, ma per me è stato uno dei progetti più luminosi della mia carriera a dispetto dell’afa, della fatica”.

Fatica reale, perché i due personaggi in scena, Lei e Lui, più che dialogare, parlano e pensano ad alta voce praticamente all’unisono, con le stesse parole, spesso completando l’uno il pensiero dell’altro. Ci vuole una sintonia pazzesca, no?

“Assolutamente. Una vera prova di atletismo verbale, fisico e emotivo. Abbiamo studiato il testo come farebbero i musicisti o gli atleti, rispettando il ritmo, i tempi, cosa che richiede quasi una simbiosi tra noi. Ma io lo trovo affascinante, perché questo è il mestiere dell’attore: controllo del corpo, del respiro, della voce. È come nella danza classica: richiede studio, sforzo immane, ma alla fine appare qualcosa di leggero e naturale. Qui è come se queste due persone stessero insieme da così tanto tempo da respirare e parlare con un’unica voce, un coro appunto”.

Eppure l’unisono non è appiattimento, ma anzi fa emergere ancora di più le differenze tra le due personalità in scena.

“È un meccanismo d’orologeria, dove però si scopre uno spazio di libertà immenso. È un po’ come cantare insieme, devi essere superconcentrato per non sbavare sulla voce dell’altro, ma puoi giocare con controcanti. Ed è quello che accade tra noi”

Già cosa accade in questa coppia?

“Sono due persone che vivono insieme da anni, tutto parte da un episodio di crisi, un momento sospeso tra la vita e la morte. Sai quando provi una di quelle paure ancestrali di perdere l’altro? Da lì, la narrazione si espande e abbraccia il presente, il passato il futuro. I ricordi si intrecciano, combaciano, si contraddicono… Ma sfidano il tempo, la malattia, superano persino la morte”.

L’amore non passa via veloce: in fondo questo raccontano quella Lei e Lui.

“Sì, è così. Spesso si ripetono ‘abbiamo tempo’ e il tempo non è solo quello biologico, ma un concetto vasto che ci sopravvive. Il testo dice che l’amore, la vita sono molto più di un elenco di giorni felici”.

Lei ci crede?

“Io credo di sì. E Rodrigues, ha il pregio della semplicità poetica, usa il quotidiano per spingerci a interrogarci su chi siamo. Qualcuno ha paragonato il suo lavoro alle Lezioni americane di Calvino per la ‘leggerezza pensosa’. È un paragone calzante. C’è una precisione quasi scientifica nel descrivere le abitudini della vita di coppia, ma inserita in una visione cosmica. Ne viene fuori una riflessione sull’amore come energia che ci riconnette alla terra. E per me questo è un atto di resistenza controcorrente: un invito a fermarsi”.

Che vuol dire?

“Accumuliamo migliaia di foto digitali che non guarderemo mai su ogni istante della nostra vita; Tiago ci riporta a quelle due o tre foto, magari in bianco e nero, che costituiscono la nostra vera memoria. In un mondo di voci soliste e individualismi esasperati qui ci sono due voci che si accordano, pur mantenendo registri e colori diversi. Compiono un atto di cooperazione, che per me ha un valore quasi politico”.

Un richiamo alla cura dell’altro?

“Sì. La coppia è l’unità minima di una comunità che si fonda sulla cura. E credo che non a caso Rodrigues ha scelto di usare il coro che è anche un esercizio di ascolto: in scena io non posso parlare se non ascolto l’altro, altrimenti il meccanismo si rompe. E poi mi lasci dire che questo testo è anche un immenso omaggio al teatro. Assolutamente l’unico luogo dove condividiamo ancora un’emozione collettiva in tempo reale”.

E parlare d’amore in un momento generale così cupo è una scelta importante, no?

“Sono diventata allergica ai grandi proclami sui massimi sistemi. Credo che le scelte che facciamo, i percorsi che decidiamo di intraprendere o di rifiutare, parlino per noi più di mille parole.Non serve dire che ‘l’amore vince la guerra’ se poi non lo pratichiamo nel nostro piccolo. Il Coro degli amanti ci dice che la cura per l’altro è l’unico vero cambiamento possibile. Spero che chi verrà a teatro esca con una piccola modifica nel proprio modo di pensare. Per me, il senso del fare teatro è tutto qui”.

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