La piramide della salute: che cosa stiamo rischiando (con l’IA la minaccia è l’estinzione)
“Non basterà pubblicare il rapporto perché i politici cambino comportamento”. Lo dice senza giri di parole dal palco del World Health Summit di Berlino. L’ex presidente del Consiglio ed ex commissario europeo è tra i trentacinque membri della Lancet Commission on 21st Century Global Threats to Health, che ha presentato una fotografia netta: non una crisi, ma diciassette. Tutte collegate tra loro. A guidare il lavoro sono stati Christopher Murray, direttore dell’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell’Università di Washington, e Natalia Kanem, ex direttrice esecutiva del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA). L’obiettivo era misurare quanta salute il mondo rischia di perdere da qui alla fine del secolo. E quanta potrebbe salvarne, se decidesse in tempo.
Il metro della Commissione
Il rapporto, pubblicato su The Lancet, usa i DALY, gli anni di vita in buona salute persi per morte prematura o disabilità. Per ogni minaccia sono stati confrontati uno scenario favorevole e uno sfavorevole tra il 2025 e il 2100, su dati relativi a 204 Paesi e territori. Una minaccia è considerata catastrofica se può costare almeno un miliardo di anni di vita in salute, se è modellizzabile con i dati disponibili e se lascia margini d’azione alla politica.
In cima alla piramide
Le minacce sono ordinate in una piramide. Al vertice ci sono due rischi poco probabili ma con potenziale di estinzione entro il 2100. Il primo è il conflitto nucleare, con la carestia globale che seguirebbe all’oscuramento del sole. Il secondo è l’uso malevolo dell’intelligenza artificiale, comprese le armi biologiche progettate con l’IA. Prevenire una guerra nucleare eviterebbe 133 milioni di morti e 9,35 miliardi di anni di vita in salute perduti; ridurre il rischio legato all’IA ne eviterebbe 10,4 miliardi. Nell’editoriale che accompagna il rapporto, la rivista avverte che, se questi scenari si realizzassero, il danno avrebbe le proporzioni di un’apocalisse.

Obesità, istruzione, disuguaglianze
I numeri più alti, però, stanno più in basso, tra le minacce di ogni giorno. Le politiche contro l’obesità potrebbero evitare 23,1 miliardi di anni di vita in salute perduti entro il 2100. Migliorare l’istruzione ne vale 16,1 miliardi, ridurre le disuguaglianze di reddito 13,8 miliardi: l’equivalente, secondo la Commissione, di 25 pandemie di Covid. Contenere il riscaldamento globale intorno a 1,8 gradi, invece di lasciarlo arrivare a 4,4, ne salverebbe 1,89 miliardi. Completano l’elenco ipertensione, fumo, alcol, cattiva salute mentale, invecchiamento in cattiva salute, malnutrizione infantile, resistenza agli antimicrobici, pandemie di origine naturale, inquinamento atmosferico e guerre convenzionali. E il taglio degli aiuti sanitari internazionali: un loro crollo potrebbe costare fino a 1,5 miliardi di anni di vita in salute, per quasi il 70 per cento nell’Africa subsahariana.
L’anomalia della Commissione
A Berlino si è presentato con autoironia: “Sono l’anomalia di questa commissione, l’unico che non si è fatto un nome nel campo della salute. E sono anche il più anziano”. La prima riunione, ha raccontato, cadde proprio nel giorno del suo ottantesimo compleanno: “La mia famiglia è stata comprensiva, ma non ha capito fino in fondo perché dovessi occuparmi di qualcosa di cui non so nulla”.Il punto, per Monti, è politico. “I problemi che la politica deve affrontare richiedono sempre più un orizzonte lungo nel tempo e ampio nello spazio: più globalismo, non più localismo o nazionalismo. E i meccanismi della decisione politica tendono a produrre l’esatto contrario”. Il breve termine, ha aggiunto, pesa sulle democrazie più che sugli Stati autocratici, “che hanno una lunga storia alle spalle e un lungo orizzonte davanti. Per questo serve spingere le leadership politiche a considerare il lungo periodo, a rifiutare l’unilateralismo e a tenere in vita il multilateralismo”. Da qui il valore della Commissione, secondo l’ex premier: un monitoraggio di lungo periodo su basi scientifiche, con una conseguenza non voluta, cioè costringere a pensare al futuro. Il rapporto da solo non basta, appunto. “L’effetto arriverà attraverso l’opinione pubblica, la comunità scientifica, i media”.
Il nesso da esplorare
Monti ha chiuso indicando una pista di lavoro: i legami tra i diversi livelli della piramide, a cominciare da quello tra governance, salute mentale e rischi di estinzione. Sul nucleare si è detto relativamente cauto: “Oggi la decisione di lanciare un attacco è circondata da così tanti vincoli culturali, tradizionali e organizzativi che forse il rischio non è così imminente”. Più fragile il fronte dell’intelligenza artificiale, dove la competizione tra le grandi potenze ha finito per frenare ogni ipotesi di regolazione.
Un osservatorio permanente
La Commissione indica tre linee d’azione. La prima sono sistemi sanitari pronti alle minacce, con squadre dedicate ad anticipare e prevenire i rischi e finanziamenti stabili. La seconda sono più investimenti in innovazione, dai vaccini agli antibiotici, dai trattamenti per l’obesità alle tecnologie per il clima. La terza è un monitoraggio indipendente, il Lancet Monitor of 21st Century Global Threats to Health, che aggiornerà la mappa ogni anno, valutando anche le minacce emergenti. “Per ciascuna delle diciassette minacce”, ha detto Murray, “le decisioni che i leader prendono oggi plasmeranno la salute e il benessere della prossima generazione”.
La salute è politica
L’appello di Monti al multilateralismo arriva nel momento in cui è più fragile. A gennaio gli Stati Uniti sono usciti dall’Organizzazione mondiale della sanità, che ha perso così il suo primo finanziatore. Intanto i tagli agli aiuti sanitari internazionali, una delle diciassette minacce indicate dalla stessa Commissione, stanno svuotando i programmi nei Paesi più poveri. Senza fondi certi non si pianifica a dieci anni, figurarsi fino al 2100. È la lezione che il rapporto lascia sottintesa: la salute si misura in anni di vita, ma si decide nei bilanci e nei voti dei governi. Prima che sanitaria, è una questione politica.
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