Manovra, Meloni avvisa gli alleati: “Niente errori in Parlamento”. Ultime scintille sulle tasse
«Abbiamo accontentato tutti, ora niente errori in Parlamento». Giorgia Meloni chiude così tre mesi di discussione tribolatissima sulla legge di bilancio, l’ultima prima del voto. «E vediamo se sarà davvero l’ultima che faremo», la battuta della premier, che spera sempre nel bis dopo le Politiche. Nel chiuso di Palazzo Chigi, i toni non sono troppo distesi. Anzi. Restano le ruggini accumulate nelle ultime settimane. Quando Giancarlo Giorgetti si presenta in Cdm con le slide della manovra — senza ancora il testo finale — fa capire subito che per finanziare la sforbiciata dell’Irpef per il ceto medio non ci sono scorciatoie: tocca «aumentare» il contributo delle banche. Un boccone indigesto per Antonio Tajani, che aveva già ceduto a malincuore sul punto, in cambio di un’esenzione sugli istituti di credito più piccoli. E che di certo non avrebbe voluto ulteriormente alzare la posta: «Ancora con le banche?», la lamentela.
Anche Marina Berlusconi ha sempre criticato questo tipo di misure. Ma pur di incassare una norma bandiera di FI, il taglio all’Irpef promesso dall’inizio dell’estate, il vicepremier azzurro evita di mettere il veto. Chiede chiarimenti, nel frattempo, su una proposta cruciale per la Lega, l’aumento della flat tax per le partite iva fino a 100mila euro. Tajani fa le pulci alla misura, si rivolge a Giorgetti, chiede come sia possibile arrivare al varo, se ancora si attende una risposta dalla Commissione europea, che vieta l’esenzione dell’Iva sopra gli 85mila euro. Al segretario forzista replica direttamente Matteo Salvini. «La flat tax dobbiamo farla, è nel programma, l’abbiamo promessa, dobbiamo dare un segnale». Il leghista fa capire che non è disposto a rimandi. La flat tax, del resto, era un cavallo di battaglia del Carroccio dalle Politiche, il progetto è del suo fidato consigliere Armando Siri. Insomma, dice Salvini, «non possiamo tirarci indietro». Si trova un compromesso: intanto si porta la flat tax a 100mila euro, poi per il regime di esenzione Iva, si tratterà entro un anno con Bruxelles. Tajani conviene, anche perché FI, con il ministro Paolo Zangrillo, la spunta sulla previdenza dedicata per le forze dell’ordine, che sembrava destinata a saltare.
Salvini incassa. Evita d’intervenire quando il Cdm proroga lo stato di emergenza per spedire aiuti (civili) all’Ucraina. Non chiede lo stop alle armi che aveva annunciato domenica al congresso del Carroccio. Meloni, a domanda in conferenza stampa, sostiene che la linea dell’esecutivo non cambierà: «Salvini ha tutto il diritto di segnalare l’umore della sua base, ma la sensibilità prevalente» nella coalizione «è continuare a sostenere Kiev per arrivare alla pace, non credo che cambi».
È davvero, come dice la premier, una manovra che «accontenta tutti»? Qualche muso lungo s’intravede. Sull’uscio di Palazzo Chigi, Orazio Schillaci si sfoga con i collaboratori: «Com’è andata? Mettiamo in legge di bilancio risorse che non abbiamo ancora incassato». Il ministero della Sanità è uno di quelli che non ha strappato soldi extra. Giorgetti invece ha l’aria di chi ha superato la buriana. In un capannello con la premier, subito dopo il Cdm, quasi ammette che per il governo è stato meglio non uscire dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo: «Così si è evitato l’assalto alla diligenza…».
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