L’analista dei crimini d’arte Albertson: “Rubare un Antonello può essere più facile che rivenderlo”
Non immaginiamo che dietro l’operazione ci sia un collezionista misterioso, perché “le opere celebri che vengono rubate possono passare da un criminale all’altro, spesso a garanzia e merce di scambio in altri affari illeciti”. Lynda Albertson, analista dei crimini legati all’arte e direttrice di Arca, l’Association for Research into Crimes against Art, spiega il possibile destino degli Antonello da Messina rubati la notte di Ferragosto al Museo regionale Maria Accascina.
Tre delle cinque tavole superstiti del Polittico di San Gregorio, realizzato nel 1473, e la Tavoletta bifronte sono sparite mentre la città seguiva la celebrazione religiosa. Così i ladri hanno superato allarme e protezioni, neutralizzando anche la teca della tavoletta. Ma si tratta di opere celebri e immediatamente riconoscibili, “che non possono certo essere presentate a una casa d’aste o a un commerciante affidabile senza attirare l’attenzione. Rubare un Antonello può essere molto più semplice che venderlo: se sono ladri comuni lo scopriranno presto e a loro spese”, commenta Albertson.
Piuttosto, i percorsi attraverso cui le opere entrano nelle reti criminali sono la fitta rete del black market: qui la “quotazione ufficiale perde significato e un dipinto che sul mercato legale vale milioni viene ceduto per una frazione della cifra” perché chi lo acquista non potrà esporlo né rivenderlo apertamente. È “sconsigliabile immaginare collezionisti misteriosi e appassionati: un’opera di valore inestimabile come questa può servire a saldare un debito, a garantire una partita di droga o un’altra transazione illegale, passare tra intermediari e ricettatori oppure restare nascosta per decenni, fino a sparire, come il Caravaggio rubato a Palermo”.
Il valore reale dell’operazione può emergere quando chi lo possiede sta affrontando iter giudiziari. “La restituzione del quadro, l’indicazione del nascondiglio o le informazioni sui passaggi di mano diventano facilmente strumenti di negoziazione con la giustizia per ottenere riduzioni della pena o condizioni detentive più favorevoli”, aggiunge la direttrice di Arca. L’opera funziona così “come una riserva di potere contrattuale, un’assicurazione per quando la giustizia viene a bussare”.
È accaduto con il narcotrafficante Raffaele Imperiale, entrato in possesso di due Van Gogh rubati nel 2002 ad Amsterdam. “Disse di averli pagati complessivamente dieci milioni di euro e durante la collaborazione con le autorità italiane i dipinti diventarono una risorsa negoziale”, racconta. E il trafficante di cocaina belga Flor Bressers, secondo gli investigatori, trattò invece in chat l’acquisto di Due ragazzi che ridono di Frans Hals: Chiedevano 750, abbiamo chiuso a 550, scriveva, riferendosi a 550 mila euro”.
Anche la selezione delle opere può rivelare una pianificazione. “Nel recente furto da undici milioni alla Fondazione Magnani Rocca – spiega – Albertson – il commando attraversò più sale per prendere un Cézanne, un Matisse e un Renoir piccoli e trasportabili: un bottino apparentemente scelto in anticipo e sottratto in tre minuti”.
Albertson invita anche a non trasformare questa dinamica in una certezza, tornando sul caso di Messina. “È troppo presto per ritenere che le opere siano state sottratte per un compratore particolare o in seguito a una commissione precisa”. Telecamere, allarmi, strumenti e movimenti dei veicoli dovranno chiarire se i ladri siano entrati dirigendosi subito verso gli Antonello e quanto il colpo fosse stato preparato, “a quel punto sarà più chiara la regia dietro questo crimine”. I due potrebbero perfino “non avere ancora un compratore e cercare un ricettatore: allora potrebbero scoprire che rubare un quadro famoso è molto più facile che trovare qualcuno disposto ad acquistarlo”.
Condividi questo contenuto:




