Le regole per navigare nel caos calmo della vita
Borges racconta di un impero che arrivò a costruire una mappa tanto perfetta da coincidere con il territorio. Per molto tempo fu considerata il capolavoro della cartografia. Poi smise di servire. Era diventata troppo grande per orientare qualcuno e finì abbandonata nel deserto, dove il sole e il vento la ridussero in brandelli. È una storia che continua ad accompagnarmi, forse perché la rovina di quella mappa non dipende da un errore, ma dalla sua perfezione: nel momento in cui pretende di coincidere con il territorio, smette di orientare.
Anche noi costruiamo costantemente mappe. Non di carta, certo, ma carte mentali della nostra vita. Immaginiamo il lavoro che faremo, le persone che ameremo, la famiglia che costruiremo. Disegniamo il futuro dei nostri figli. Cerchiamo di prevedere come cambierà il nostro corpo, perfino come invecchieremo. Lo abbiamo sempre fatto. Senza mappe non potremmo vivere: ogni progetto, ogni promessa, ogni scelta nasce dal bisogno di immaginare il domani.
La differenza, oggi, è che non ci basta più orientarci. Vorremmo prevedere. Controllare. Eliminare del tutto l’incertezza. Pianifichiamo, organizziamo, monitoriamo, calcoliamo i rischi. La medicina ci permette di anticipare alcune malattie, le tecnologie promettono di semplificare le nostre scelte, gli algoritmi prevedono i nostri comportamenti. Abbiamo finito per convincerci che anche l’imprevisto possa essere ridotto a una variabile da calcolare. Eppure, le guerre, la crisi climatica, l’instabilità economica ci ricordano quanto poco basti perché ciò che sembrava stabile smetta di esserlo. Il territorio eccede continuamente la mappa.

Ma non sono soltanto gli eventi imprevedibili a disorientarci. Ed è forse questo il paradosso più interessante. Alcune delle crisi più profonde della nostra vita riguardano cose che sapevamo sarebbero accadute. Sappiamo che un figlio diventerà adolescente. Ma nessun genitore è davvero preparato al giorno in cui quel bambino che fino a ieri cercava il nostro sguardo chiude la porta della sua camera e comincia a sottrarsi alle nostre domande. Sappiamo che il nostro corpo cambierà. Ma la menopausa, quasi sempre, ci sorprende. Non perché ignorassimo che sarebbe arrivata, ma perché scopriamo che a cambiare non è soltanto il corpo: cambia il rapporto con il tempo, con il desiderio, talvolta con l’immagine che avevamo costruito della nostra femminilità. Sappiamo che i nostri genitori invecchieranno. Ma nessuno è davvero preparato al momento in cui siamo noi a cominciare a occuparci di loro. Sapere non basta. Possiamo conoscere in anticipo ciò che accadrà e non sapere che cosa significherà per noi quando accadrà.
Tra sapere qualcosa e farne esperienza esiste uno scarto che nessuna previsione riesce a colmare. È l’esperienza, quando la attraversiamo, a modificarci. John Dewey lo aveva capito bene: si impara attraverso il lavoro di ricostruzione che ogni esperienza impone al nostro rapporto con noi stessi e con il mondo. Forse è anche questo il senso di uno dei versi più conosciuti della nostra letteratura. Dante non scrive: «Mi persi». Scrive: «mi ritrovai per una selva oscura». Lo smarrimento è già avvenuto. Si ritrova in un luogo che non sa più interpretare, non perché il mondo sia necessariamente cambiato, ma perché la mappa con cui aveva imparato ad attraversarlo non basta più.
Molte volte è proprio questo che chiamiamo caos. Non il disordine del mondo, ma il momento in cui scopriamo che il territorio è più vasto delle mappe che avevamo costruito. Ed è allora che cambia anche la domanda. Non più: come faccio a tornare come prima? Ma: chi sono, adesso? Le crisi personali mettono in discussione l’immagine che avevamo di noi stessi. Le crisi collettive (una pandemia, una guerra, una rivoluzione tecnologica) il mondo che consideravamo stabile. In entrambi i casi che viene meno la convinzione che il futuro sarà semplicemente la continuazione del presente. Ma è proprio qui che bisogna stare attenti.
Da anni ci viene raccontato che ogni crisi è anche un’opportunità, che dalle difficoltà si esce più forti, che il dolore ci insegna qualcosa. Non ne sono affatto convinta. Quando Hannah Arendt scrive che «ogni fine nella storia contiene necessariamente un nuovo inizio», non dice che ogni crisi produca una rinascita né che ogni sofferenza abbia un senso. Ci sono dolori che non insegnano niente e perdite che non ci rendono migliori. La morte di un figlio non è un’opportunità. Una diagnosi di Sla non è un’occasione per crescere. Una guerra non ci rende più consapevoli. Pretenderlo significherebbe aggiungere alla sofferenza l’obbligo di ricavarne qualcosa.
È una delle retoriche contemporanee che mi infastidiscono di più: l’idea di dover sempre trasformare ciò che ci ferisce in una risorsa. Come se anche il dolore dovesse essere produttivo. Arendt ci suggerisce qualcosa di più fragile e, proprio per questo, di più vero. Dopo una crisi, ciò che può ricominciare non coincide con ciò che abbiamo perso. Non ricomincia la vita di prima. Non torniamo a essere quelli di prima. Può ricominciare, però, il nostro modo di abitare il tempo che ci resta. Se qualcosa, talvolta, può essere fecondo, non è il dolore. È il lento lavoro che viene dopo: quello attraverso cui proviamo a ricomporre ciò che si è spezzato, a capire che cosa resta di noi quando alcune certezze sono scomparse, a restare fedeli a noi stessi senza pretendere di essere identici a ciò che eravamo.
Forse abitare il caos significa proprio questo. Non imparare ad amare l’incertezza. Non rinunciare ai progetti. Non smettere di costruire mappe. Continueremo ad averne bisogno, così come continueremo ad avere bisogno di promesse, desideri, aspettative. Ma possiamo smettere di chiedere alle nostre mappe di coincidere con il territorio. E imparare, ogni volta che è ancora possibile, a reinventare il nostro modo di abitarlo.
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