Il governo tedesco dice sì all’intesa per Volkswagen. I sindacati: “È solo una tregua”
MAGDEBURGO – Non è finita. La guerra sul futuro di Volkswagen è solo rimandata. Ieri il titolo ha festeggiato il piano lacrime e sangue approvato dal consiglio di sorveglianza nella notte di giovedì con picchi del 6%, ma molti punti sono ancora da chiarire. E i sindacati restano in trincea. Anzitutto perché la sopravvivenza dei quattro stabilimenti che l’azienda vorrebbe smantellare è vincolata alla capacità di risparmiare 1,5 miliardi all’anno. E dalla possibilità di trovare alternative – fonti vicine al dossier prospettano soluzioni che potrebbero arrivare dalla Cina o dall’industria della difesa. Altrimenti, Hannover, Zwickau, Emden e Neckarsulm chiuderanno i cancelli entro il 2034. Il piano, secondo i media tedeschi, conterrebbe anche l’addio al marchio Seat e la possibile vendita di Ducati e di altre controllate.
Ieri è scesa in campo la politica, ovviamente angustiata dall’effetto che il maxi piano di esuberi e tagli possa avere anche sulle elezioni imminenti in Sassonia-Anhalt. Tanto più che il governatore della Bassa Sassonia, land che ha il 20% delle azioni del colosso di Wolfsburg, ha detto che metà dei 50mila esuberi avverrà in Germania. Per il politico socialdemocratico è «inimmaginabile» che chiudano le fabbriche.
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Ma da Berlino, anche il portavoce del governo Sebastian Hille ha sottolineato «vogliamo che la Germania rimanga un polo industriale di successo». La ministra del Lavoro Baerbel Bas avrebbe esortato Vw a salvare gli stabilimenti in Germania in una riunione a porte chiuse con il gruppo parlamentare della Spd. «Si tratta di siti all’avanguardia e i lavoratori hanno il diritto che questi vengano mantenuti e che non si verifichino licenziamenti per motivi aziendali», ha affermato Bas secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Dpa. Più netto il sindaco di Hannover, la città capoluogo della Bassa Sassonia, Belit Onay: «Non è possibile che i vertici di un’azienda tedesca rinuncino alla Germania senza colpo ferire». Per Onay «sinceramente abbiamo bisogno di un top management che riesca a sviluppare una prospettiva chiara».
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A microfoni spenti, una fonte che ha partecipato alle trattative racconta che il consiglio di amministrazione di Vw e alcuni azionisti pesanti come le famiglie Porsche e Piech erano fortemente determinati a forzare la mano, a convocare un’assemblea straordinaria per aggirare e neutralizzare la minoranza di blocco di cui il land Bassa Sassonia dispone da sempre nel consiglio di sorveglianza. Il sindacato avrebbe ceduto per evitare un’escalation, ma dentro IgMetall la sensazione è che i vertici non abbiano affatto rinunciato al piano di rovesciare gli equilibri di potere e far fuori il governo del land che ospita il quartier generale del colosso dell’auto. Sarebbe un golpe storico, e una mossa che metterebbe fine a decenni di cogestione costruttiva, di capacità di trovare ogni volta un compromesso tra le esigenze dell’azienda, del sindacato e del governo locale. «Il problema si ripresenterà nel 2027, quando bisognerà fare un bilancio e capire se si riescono a risparmiare 1,5 miliardi di euro a ll’anno. Allora si riproporrà la questione del destino delle quattro fabbriche. E il cda potrebbe cercare di attuare il suo piano allora», osserva la fonte
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