Quota 100, la Cassazione frena l’Inps. Chi lavora non perde un anno di pensione
ROMA – Un piccolo lavoro non può costare un anno intero di pensione. La Cassazione cambia orientamento su Quota 100 e boccia il recupero integrale degli assegnipreteso dall’Inps da chi torna a lavorare prima di aver maturato i requisiti per la vecchiaia. Il divieto resta, ma dalla pensione si può sottrarre soltanto quanto guadagnato. Lo stabilisce la sentenza n. 26864, pubblicata il 14 ottobre.
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Il pensionato e le collaborazioni
La vicenda riguarda un pensionato che nel 2020 aveva svolto alcune collaborazioni, incassando meno di 5 mila euro. Per lui si trattava di lavoro autonomo occasionale, consentito entro quella soglia anche a chi ha scelto Quota 100. L’Inps aveva invece chiesto indietro tutta la pensione dell’anno. Il Tribunale e poi la Corte d’appello di Bari avevano dato ragione all’Istituto.
Per i giudici, quei lavori non erano occasionali: i contratti prevedevano un’attività continuativa, pagata in base alle ore, con risultati minimi da raggiungere e riunioni con i referenti della società. Erano dunque collaborazioni coordinate e continuative, per le quali il divieto di cumulare pensione e reddito da lavoro vale anche sotto i 5 mila euro. Su questo la Cassazione dà ragione all’Inps. Ma sull’importo da recuperare dà ragione al pensionato: deve restituire quanto guadagnato, anziché un anno intero di assegni.
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I casi raccontati da Repubblica
Le richieste dell’Inps hanno colpito anche chi aveva guadagnato poche decine di euro. Repubblica ha raccontato il caso del cuoco Rosario La Rosa: due giorni di lavoro, 111 euro netti e 28.295 euro da restituire. E quello di Florio Imparata: cinque serate da dj, 144 euro netti, richiesta di 23.146 euro. A un ex dirigente toscano, che aveva aiutato un parente nella raccolta delle olive ricevendo qualche litro d’olio, l’Inps aveva chiesto 66.349 euro.
La regola dei 5 mila euro
Quota 100 consentiva di uscire con almeno 62 anni di età e 38 di contributi, maturati tra il 2019 e il 2021. In cambio dell’anticipo, la legge vieta di sommare pensione e redditi da lavoro fino alla maturazione dei requisiti per la vecchiaia. Fa eccezione il lavoro autonomo occasionale entro 5 mila euro lordi annui. La soglia non è dunque una franchigia per qualsiasi attività: non protegge chi lavora come dipendente o con una collaborazione coordinata e continuativa.
Per l’Inps, violare il divieto significava perdere gli assegni di tutto l’anno solare, a prescindere dalla durata del lavoro e dal guadagno.
Il cambio di rotta
Nel 2024 la stessa Cassazione aveva avallato il recupero annuale. Ora rivede quella posizione, anche alla luce di un successivo intervento della Consulta che aveva sollecitato un’interpretazione rispettosa dei principi di ragionevolezza e proporzionalità.
La legge vieta il cumulo, ma non prevede espressamente la perdita di un anno di pensione. Una conseguenza così «dirompente e marcatamente sanzionatoria», scrivono i giudici, avrebbe richiesto «un esplicito fondamento testuale».
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Quanto si restituisce
La decurtazione deve corrispondere al reddito da lavoro percepito nel periodo soggetto al divieto. Per esempio: con 25 mila euro di pensione annua e mille guadagnati con un’attività non cumulabile, il recupero è di mille euro, anziché 25 mila.
Il caso torna ora alla Corte d’appello di Bari, che dovrà rideterminare la somma da restituire: soltanto quanto guadagnato con le collaborazioni, anziché l’intera pensione del 2020. Gli altri pensionati che hanno ricevuto richieste analoghe dall’Inps possono richiamare questa sentenza per contestarle. Ma la decisione, da sola, non fa scattare la restituzione dei soldi a tutti.
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