A Gaza anche gli operatori umanitari soffrono la fame. La Croce rossa: “Saltate tutte le regole”
“Faccio bollire delle foglie, le filtro e poi le metto in frigo. A mia figlia dico che è succo di frutta”. Mariam, nome di fantasia, è una delle operatrici umanitarie della Mezzaluna rossa palestinese in servizio a Gaza. Lavora da ventidue mesi, senza cambi, né pause, né respiro, né protezione. E adesso devo combattere anche con la fame, che spezza le forze, taglia il respiro, diventa ossessione, con il cibo che diventa sogno e la realtà che si presenta come incubo.
Operatori umanitari sotto tiro
La giubba rossa che fino a qualche tempo fa a livello internazionale era considerata un salvacondotto che permetteva di operare anche nei teatri più difficili, non lo è più. Nella Striscia, sulla Croce rossa – che lì si chiama Mezzaluna, ma è la stessa identica cosa – si spara come è successo a marzo, con l’esecuzione di 8 operatori e paramedici poi ritrovati in una fossa comune, se ne colpiscono le sedi, come dimostra il raid a Khan Younis di poche settimane fa, si minacciano e intimidiscono gli operatori. Che come tutti, adesso, combattono anche contro la fame, usata come arma.
“La morte non ti dà appuntamenti”
Una bugia per Israele, che assume influencer e acquista spazi pubblicitari per raccontare Gaza come luogo pieno di cibo, ma la presenza di una diffusa carestia “interamente causata dall’uomo” è stata scientificamente confermata dell’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), strumento sviluppato nel 2004 dalla Fao a cui contribuiscono tutte le agenzie delle Nazioni Unite e diverse organizzazioni umanitarie. E ancor prima di numeri e statistiche, ci sono i racconti. Incluso di chi dovrebbe aiutare ed è messo in condizioni di dover chiedere aiuto.
“A Gaza non c’è differenza fra notte e giorno, la paura non ti dà appuntamenti e la morte non rispetta i ritmi sonno veglia”, racconta un altro operatore ai colleghi che stanno dall’altra parte del valico e ogni giorno devono ascoltare impotenti richieste sempre uguali: “fate di tutto per permettere agli aiuti di passare, qui serve tutto”.
Tonnellate di aiuti marciscono ai valichi e dentro si muore di fame
Una situazione paradossale, spiega il portavoce della Federazione internazionale di Croce rossa (Ifrc) Tommaso Della Longa. “Abbiamo tonnellate di aiuti bloccate ai valichi, alcune stanno marcendo, in Egitto è stato necessario individuare nuovi depositi perché quelli nei pressi del confine erano pieni e la gente muore di fame perché non c’è modo di farli entrare”. Nella Striscia, che da sempre vive di aiuti perché isolata dal resto del mondo e incapace anche, prima dell’offensiva israeliana, di produrre da sé beni di prima necessità che la rendevano dipendente dai 600 camion che entravano quotidianamente, una condanna a morte.
L’operatore umanitario: “Ai tuoi figli puoi solo dire di avere pazienza”
“Sai cosa significa abituarsi alla fame? – ha raccontato un altro operatore ai colleghi – Che il cibo diventa un sogno. Che impari a conservare per tutta la giornata una fetta di pane. Che devi scusarti con i tuoi figli perché tutto quello che hai da offrirgli è sempre la stessa frase: ‘Abbi pazienza’”. Secondo l’ultima analisi dell’Ipc, oltre mezzo milione di persone a Gaza sopravvivono in stato di carestia indotta, caratterizzata da fame diffusa, indigenza e morti evitabili. Si prevede che nelle prossime settimane le medesime condizioni si estenderanno dal governatorato di Gaza a quelli di Deir Al Balah e Khan Younis, con aumento esponenziale della popolazione a rischio.
Lavorare nel “luogo più affamato della Terra”
“La fame – spiega Della Longa – è un killer silenzioso. Significa che uno dopo l’altro gli organi iniziano lentamente a spegnersi, che il sistema immunitario si indebolisce. Insieme alla mancanza di farmaci e assistenza di base, questo significa morire di malattie banali. Pensare che nel 2025 a due ore di aereo da Roma si muoia così, è francamente inaccettabile”. Secondo gli ultimi dati disponibili, 317 persone fra cui 132 bambini sono stati uccisi dall’inedia. Numeri probabilmente approssimati per difetto, che hanno portato Jens Laerke, portavoce dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari (Ocha), a definire Gaza “il luogo più affamato sulla Terra”.
Onu, Alto Commissario per i diritti umani: “Carestia a Gaza è crimine di guerra di Israele”
Da Ifrc le stesse richieste da 22 mesi
Per chi, come la Croce rossa internazionale, opera sul terreno con propri team locali, la frustrazione è doppia. Dovrebbero portare aiuti, ma non sono messi nelle condizioni di farlo, né di garantire l’operatività delle proprie squadre. “Generalmente, in tutti i teatri di conflitto in cui operiamo, le richieste cambiano con l’evolvere degli scenari. A Gaza – dice Della Longa – da ventidue mesi chiediamo le stesse cose: cessate il fuoco, apertura di tutti i canali umanitari, ingresso incondizionato di aiuti, liberazione degli ostaggi”.
“A Gaza saltate tutte le regole”
Ma nella Striscia, sottolinea, “sono saltate tutte le regole e le garanzie previste dal diritto internazionale”. Incluso quelle che garantiscono tutele a chi operi in teatri di guerra: “i nostri emblemi non ci proteggono più”. Chi è dentro però non vuole andare via, non lo chiede neanche per la propria famiglia. “Se c’è qualcuno che oggi davvero incarna il nostro motto – ‘i primi ad arrivare, gli ultimi ad andarsene’- sono i colleghi di Gaza. Chiedono solo un cambio, in modo da rifiatare”. Ma anche a quello – ed è probabilmente la prima volta nella storia moderna dei conflitti – Israele ha detto no.
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