Sinner, troppi silenzi per un uomo solo

Chi è Jannik Sinner? Il ragazzo cortese e sorridente che va a salutare l’amico Kimi a Monza o si fa intervistare da Sky una volta l’anno? O quello scuro in volto e laconico delle conferenze stampa, quando non nasconde che vorrebbe essere ovunque piuttosto che lì? Un valligiano di Sesto Pusteria musone com’era Gustav Thoeni di Trafoi? Un metodico che patisce le inconfessabili paure di un ipocondriaco? È Alex Vittur, il suo manager, ad averlo convinto che non bisogna dare informazioni alle legioni di sinnermaniaci? Oppure, da solo, difende strenuamente da occhi estranei tutto quanto non sia il gioco giocato?

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Domande oziose, perché tanto gli perdoniamo tutto, come fanno le coppie che finalmente vedono arrivare il figlio che hanno aspettato per una vita. Lui ne approfitta, almeno con noi italiani, e – in assenza di puntuali informazioni – i social si popolano di fantasiose ipotesi e oscure previsioni. Chiunque può dire la sua visto che il guaio al ginocchio destro non ha avuto un’origine, un evento coram populo: per restare nell’ambito del tennis, come fu per l’infortunio di Alexander Zverev sul centrale del Roland Garros nel 2022.

I fatti sono noti. Stamattina Jannik ha annunciato via social che la sua stagione finisce qui: ha bisogno di altri cicli di cure. Lo ha detto in un video, adesso “devo pensare anche alla carriera nel lungo periodo”. Niente Finals a Torino, dove ha vinto le ultime due edizioni. E niente Parigi, ultimo Masters 1000 dell’anno. Figuriamoci la Davis. Della natura del problema al ginocchio sappiamo come prima: poco o niente, solo che è tendineo e ed extra-articolare.

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Che l’aria fosse questa lo si poteva solo intuire, nella consueta scarsità di informazioni. Sabato Jannik aveva rinunciato a Shanghai, penultimo Masters 1000 del calendario, senza lasciar capire che la resa sarebbe stata totale dopo solo 72 ore. Prima ancora si era cancellato da Pechino, un 500 di cui era campione uscente. Il conto, da luglio a oggi, è pesante: il numero 1 del mondo non gioca una partita ufficiale dal giorno in cui ha sollevato il trofeo sulla Centre Court. Nel frattempo, ha già lasciato per strada due Masters 1000, a Montreal e a Cincinnati, e gli UsOpen.

Il risultato è che il tennis maschile ha attraversato quasi tutto il 2026 senza vedere in campo insieme i suoi due padroni. Carlos Alcaraz, 23 anni, sette slam e oggi terzo nel ranking ATP, è rimasto fermo quasi cinque mesi nel cuore della stagione per un infortunio al polso destro, saltando Roland Garros e Wimbledon. È rientrato a New York: meno di ventiquattr’ore dopo che lo spagnolo aveva confermato la sua presenza, Sinner comunicava la propria assenza. Le due convalescenze si sono sfiorate quasi senza sovrapporsi, come in una staffetta.

Il ginocchio di Sinner: come il tennis logora il fisico degli atleti

Chi ne ha tratto profitto è Alexander Zverev, 29 anni, dopo una carriera passata a sentirsi dire che non faceva mai l’ultimo passo: quest’anno ha vinto i suoi primi due major, a Parigi e a New York, adesso ha davanti una strada sgombra verso il primato, matematicamente sicuro.

Eppure, fino a tre mesi fa, la stagione era stata di Sinner. Dopo la lezione subita da Alcaraz nella finale a Flushing Meadows 2025, si era preso il Masters di Parigi e le Finals, battendo proprio lo spagnolo nell’ultimo atto torinese. In Australia si era arreso a Novak Djokovic in una semifinale tiratissima, chiusa al quinto set. Poi cinque 1000 in fila: Indian Wells, Miami, Montecarlo, Madrid, Roma. Trenta vittorie consecutive, interrotte al Roland Garros dal caldo, da un malessere e dall’argentino Juan Manuel Cerúndolo, in quest’ordine esatto. Infine il titolo ai Championships, confermando quello dell’anno precedente. Il vincente in dritto lungolinea contro Zverev, davanti a William, Kate, George e Charlotte nel Royal Box, è stato l’ultimo punto del suo 2026.

A 25 anni, con cinque slam già vinti, Sinner sceglie di perdere il primato piuttosto che ipotecare le stagioni che verranno. È una decisione da adulto. Forse la risposta alla domanda iniziale sta tutta qui: né musone né reticente, soltanto uno che sa quanto vale il proprio ginocchio. Al confronto, secondo lui, contano poco le curiosità e le ansie nostre e di milioni di appassionati nei cinque continenti: su questo, però, non credo abbia ragione.

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