Cosa fare sotto l’ombrellone se il bimbo fa un capriccio per giocare con lo Smartphone

È successo sotto un ombrellone, in uno di quei pomeriggi in cui il caldo rende tutti meno pazienti. Una bambina chiedeva al padre lo smartphone. Lui le aveva già detto di no. Lei ha continuato, prima lamentandosi, poi piangendo e alzando la voce. Il padre ha guardato intorno, ha resistito ancora qualche minuto e alla fine ha ceduto. Le ha messo il telefono in mano e il pianto si è interrotto.

Lui ha tirato il fiato, lei ha abbassato gli occhi sullo schermo e la spiaggia è tornata silenziosa. Non so quanto fosse stanco quell’uomo, che giornata avesse avuto o da quanto tempo andasse avanti quella richiesta. Trasformarlo nel padre incapace e lei nella bambina viziata sarebbe ingeneroso.

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Un gioco che ferma il capriccio

La scena mi è rimasta in mente perché racconta qualcosa che riguarda molti di noi. Il telefonino aveva risolto in pochi secondi una situazione che l’adulto non riusciva più a sostenere. Aveva spento il pianto, ma soprattutto lo aveva liberato dalla fatica e dagli sguardi degli altri. A volte consegniamo uno smartphone ai bambini per calmare loro; altre volte, senza accorgercene, lo facciamo per calmare noi stessi. È comprensibile. I genitori corrono tra lavoro, casa e impegni, spesso si sentono osservati e giudicati qualunque cosa facciano.

La risposta alla noia dei bambini

Lo smartphone è lì, a portata di mano, e funziona. Il bambino smette di protestare, resta fermo, non chiede più nulla. La difficoltà nasce quando quella scorciatoia diventa la risposta abituale alla noia, all’attesa, alla rabbia o a un limite che non piace. Il bambino non sta elaborando un piano per comandare l’adulto; impara dall’esperienza. Se piango abbastanza, il no cambia. Se aumento il volume, arriva il telefono. Anche il genitore impara che per ritrovare la pace basta accendere uno schermo. Senza che nessuno lo abbia deciso davvero, prende forma un meccanismo dal quale diventa sempre più difficile uscire.

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Il ruolo dell’adulto

Un bambino piccolo non possiede ancora gli strumenti per contenere da solo una delusione. Quando desidera qualcosa e gli viene negata, la frustrazione gli riempie il corpo prima che riesca a darle un nome. Per questo piange, protesta, a volte urla. Ha bisogno di un adulto che riesca a restare lì senza spaventarsi e senza cambiare decisione.

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La fermezza

“Lo so che sei arrabbiata, ma oggi il telefono non si usa. Puoi piangere, io sono qui”. Dirlo è semplice; restare davvero accanto a quel pianto lo è molto meno. Significa accettare che per qualche minuto nostro figlio ci trovi ingiusti, che gli altri ci guardino e che la quiete non arrivi subito. Ci preoccupiamo, giustamente, di quante ore i bambini trascorrano davanti agli schermi.

Gestire le emozioni

Dovremmo osservare anche il minuto che precede la consegna del telefono. Che cosa stava succedendo? C’era un’attesa che non sapevamo come riempire, una rabbia che ci metteva in difficoltà, il desiderio di mangiare in pace o di finire una conversazione? È lì che spesso si decide il rapporto futuro con la tecnologia. Se il dispositivo compare ogni volta che un’emozione diventa scomoda, finirà per essere cercato proprio per non sentirla. Quel padre sotto l’ombrellone ha ottenuto il silenzio che cercava e capisco il sollievo di quell’istante.

Tenere il telefono nella borsa avrebbe significato sopportare ancora il pianto, forse gli sguardi infastiditi dei vicini, e senza la certezza di ottenere subito un risultato. Il giorno dopo quella bambina avrebbe potuto chiedere di nuovo lo smartphone e lui avrebbe dovuto ricominciare da capo. Educare è anche questa ripetizione faticosa, poco visibile, nella quale un figlio scopre lentamente che può arrabbiarsi, non ottenere ciò che desidera e restare comunque dentro una relazione che non si rompe.

Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” e docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche

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