È stata bocciata una legge non perfetta, non la necessità da cui nasceva

Il Consiglio costituzionale francese ha bocciato il divieto di accesso ai social per gli under 15, giudicandolo sproporzionato rispetto alla libertà di espressione e carente nelle garanzie previste per la verifica dell’età. La decisione merita rispetto, ma anche precisione: è stata bocciata una legge, non la preoccupazione dalla quale quella legge nasceva. I giudici non hanno certificato che le piattaforme siano sicure per i minori e nemmeno che un adolescente possieda già gli strumenti necessari per abitarle senza esserne condizionato.

Cosa fare sotto l’ombrellone se il bimbo fa un capriccio per giocare con lo Smartphone

Il punto che continua a sfuggire al dibattito pubblico è che sui social la libertà non viene esercitata in uno spazio neutro. A dodici o quattordici anni il bisogno di appartenenza, lo sguardo dei coetanei e la paura di essere esclusi hanno un peso enorme nella costruzione dell’identità. Ogni esitazione davanti a un contenuto racconta qualcosa e permette alla piattaforma di perfezionare ciò che mostrerà dopo. Si crea così una sproporzione difficile da ignorare: il ragazzo non sa quasi nulla del sistema nel quale si muove, mentre quel sistema impara rapidamente a conoscere ciò che lo incuriosisce, lo ferisce o lo trattiene. L’algoritmo finisce per costruire una parte dell’ambiente emotivo nel quale l’adolescente guarda gli altri e, attraverso gli altri, impara a guardare se stesso. Per questo parliamo di salute e di sviluppo, non soltanto di regole o di buone maniere online.

Social e minori, l’Europa prova a cambiare le regole ma la presenza dei genitori non è una garanzia

La vicenda francese dimostra che un divieto scritto male o privo di strumenti efficaci per verificare l’età è destinato a cadere. Sarebbe però irresponsabile concludere che basti affidarsi al consenso dei genitori. Nella realtà quel consenso diventa spesso una casella spuntata durante l’iscrizione, mentre alle famiglie viene chiesto di controllare meccanismi che non possono vedere. Un genitore può osservare quanto tempo il figlio trascorre davanti allo schermo, ma non conosce il flusso personalizzato che lo accompagna, le pressioni che riceve, i contenuti verso i quali viene progressivamente orientato. La responsabilità educativa degli adulti resta fondamentale, ma non può continuare a essere l’alibi con cui le piattaforme evitano la propria.

Flop del divieto dei social agli under16 in Australia: l’85% continua a usarli

Per questo l’unica soluzione capace di tenere insieme protezione, libertà ed educazione è il Patentino Digitale obbligatorio a punti. Prima dei 16 anni i social dovrebbero restare inaccessibili; dai 16 anni si dovrebbe poter entrare soltanto dopo un percorso formativo e una prova reale. Privacy, reputazione digitale, cyberbullismo, sexting, disinformazione, algoritmi, intelligenza artificiale e gestione del tempo non possono essere conoscenze lasciate alla buona volontà delle singole famiglie. Devono diventare parte dell’educazione civica di ogni ragazzo. La logica dei punti permetterebbe di collegare i comportamenti alle conseguenze: di fronte a violazioni gravi si perderebbero punti, recuperabili attraverso attività formative, perché anche l’errore deve trasformarsi in un’occasione per comprendere e assumersi una responsabilità. Alle piattaforme spetterebbe il compito di verificare davvero età e Patentino.

Social vietati ai minori di 15 anni in Francia, prima viene il diritto di crescere

Essere cresciuti con uno smartphone in mano non significa saper riconoscere ciò che quello smartphone sta facendo alla nostra attenzione. Un adolescente può conoscere ogni funzione di un’app e non accorgersi del motivo per cui non riesce più a chiuderla. La libertà comincia quando possiamo scegliere senza che qualcuno abbia già studiato come orientare quella scelta. Fino ad allora servono adulti, regole e un percorso che prepari all’ingresso. Lasciare i ragazzi soli davanti agli algoritmi e chiamarlo libertà, a me pare soprattutto un alibi degli adulti.

* Psicologo Psicoterapeuta Presidente Associazione Nazionale Dipendenze tecnologiche, Gap e Cyberbullismo “Di.Te”

Condividi questo contenuto: