Fentanyl, la tolleranza sta cambiando la dipendenza
C’è una quantità di fentanyl che per chiunque risulterebbe immediatamente letale, ma che per un consumatore abituale è diventata la normale routine quotidiana. Uno studio dell’Università della California, Los Angeles (UCLA), pubblicato sulla rivista Drug and Alcohol Dependence, rivela che un consumatore storico arriva ad assumere in strada una dose media giornaliera equivalente a ben 1.250 dosi ospedaliere (da 100 microgrammi l’una, quelle utilizzate in chirurgia per gestire il dolore). In qualunque altro contesto clinico o personale, una simile quantità sarebbe del tutto incompatibile con la vita. Questa estrema “super-tolleranza” ha innescato un’emergenza medica senza precedenti: i trattamenti farmacologici standard per contrastare la dipendenza e gestire l’astinenza (come il metadone o la buprenorfina) non sono più sufficienti per questi pazienti, costringendo la medicina a riconsiderare da zero i protocolli di cura.
Fentanyl, perché l’uso illegale può uccidere
La chimica dell’assuefazione
“In realtà, parliamo di un fenomeno biologico noto da tantissimo tempo”, spiega Giancarlo Cerveri, psichiatra, direttore del Dipartimento Salute mentale e dipendenze della Asst di Lodi e vicepresidente della Società italiana di psichiatria. “I recettori per gli oppioidi di sintesi sono recettori endogeni che possediamo naturalmente per le metendorfine. Quando vengono stimolati con concentrazioni non fisiologiche, questi recettori – continua – vanno incontro a tolleranza: diminuiscono fisicamente di numero. Di conseguenza, per ottenere lo stesso effetto, il soggetto è costretto ad aumentare costantemente il dosaggio”. È una dinamica che la psichiatria ha studiato a fondo fin dagli anni ’70 con l’eroina. All’epoca, i tossicodipendenti aumentavano le dosi fino a livelli pericolosissimi, esponendosi al drammatico rischio di overdose al momento dell’uscita dalle comunità di recupero. “Durante i mesi di astinenza, infatti, i recettori – specifica Cerveri – tornavano alla sensibilità iniziale; bastava quindi consumare la stessa dose dell’ultima volta prima di entrare in comunità per andare incontro a un arresto respiratorio fatale”. Con il fentanyl, però, le regole del gioco sono cambiate. Essendo infinitamente più potente dell’eroina, questa molecola amplifica il fenomeno della tolleranza a livelli mai visti prima, spingendo l’organismo a tollerare concentrazioni che lascerebbero sbigottito qualsiasi medico.
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Dosi “da elefanti”
I ricercatori della UCLA hanno analizzato oltre 500 campioni di stupefacenti e intervistato decine di consumatori a Los Angeles. Il dato emerso è sbalorditivo: il consumo medio si attesta su un grammo di prodotto da strada al giorno, equivalente a circa 125 milligrammi di fentanyl puro. “Se dieci anni fa mi avessero detto che avrei dovuto somministrare a un paziente 40 milligrammi di ossicodone per stabilizzarlo, mi sarebbe caduta la mascella”, ha commentato al New York Times Melissa Weimer della Yale School of Medicine. Oggi, invece, i pazienti che arrivano nei pronto soccorso statunitensi in crisi d’astinenza da fentanyl necessitano di dosi di oppioidi definite letteralmente “da elefanti” solo per non andare in shock o finire in terapia intensiva. Ad aggravare la situazione c’è l’estrema e letale imprevedibilità del mercato nero. La percentuale di principio attivo nel “grammo” acquistato in strada varia dallo zero a oltre il 65%. Chi consuma si trova a giocare a una tragica roulette russa: se capita una partita “tagliata male” e leggera, il soggetto cercherà altra sostanza per placare l’astinenza, rischiando di assumerne subito dopo una purissima e letale.
Allarme dagli Usa: overdose da nuovi super oppioidi
L’epidemia
“Negli Stati Uniti l’epidemia ha radici profonde e controverse, strettamente legate alla piaga dei painkillers (gli antidolorifici oppioidi) prescritti con troppa facilità e scriteriata leggerezza per anni, persino a giovani donne per dolori mestruali cronici”, evidenzia Cerveri. Una dinamica commerciale e medica che ha creato milioni di dipendenti, uccidendo anche celebrità del calibro di Prince, Michael Jackson e George Michael. E in Italia? “Il problema esiste, ma siamo in una fase decisamente più precoce”, rassicura Cerveri. “Da noi c’è una consapevolezza diversa e una prescrizione molto più controllata rispetto agli Stati Uniti. Paradossalmente, l’Italia soffre quasi del problema contrario: a volte – continua – c’è una resistenza culturale a prescrivere oppioidi anche a pazienti terminali che avrebbero il pieno diritto di vivere senza dolore. Questo approccio rigido, pur con i suoi limiti, ha svolto finora una funzione protettiva contro le dipendenze di massa”. Tuttavia, nessuno può dirsi del tutto al sicuro. I primi campanelli d’allarme, come i furti di farmaci segnalati anche sul territorio nazionale, impongono di non abbassare la guardia.
Ricalibrare la cura
La lezione che arriva dagli Stati Uniti è chiara: se il fentanyl dovesse prendere piede stabilmente anche in Europa, i servizi sanitari e i SerD (Servizi per le Dipendenze) dovranno farsi trovare pronti a rivoluzionare i propri protocolli. “Le terapie sostitutive e di riduzione del danno dovranno eventualmente essere ricalibrate verso l’alto”, sottolinea Cerveri. Perché quando la tolleranza del corpo umano viene spinta oltre ogni limite biologico precedentemente noto, anche la medicina deve necessariamente ricalibrare le sue armi per strappare le persone alla morte.
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