Fibrillazione atriale, ecco la prova: chi si cura bene rallenta l’Alzheimer
Si sa. La fibrillazione atriale amplifica fino a cinque volte il rischio di andare incontro a un ictus, ovviamente se non riconosciuta ed adeguatamente trattata. Ma ci sono altri legami invisibili che associano la più comune aritmia cardiaca, particolarmente frequente nella terza età, con patologie del sistema nervoso centrale. Così oggi si scopre che chi previene l’insorgenza di embolie in grado di inibire l’afflusso di sangue ed ossigeno al cervello grazie ai trattamenti anticoagulanti potrebbe anche rallentare il declino cognitivo in presenza di malattia di Alzheimer.
A dirlo è una ricerca coordinata da Maria Eriksdotter, docente presso il Dipartimento di Neurobiologia, Scienze dell’Assistenza e Società del Karolinska Institutet e direttrice di geriatria presso l’Ospedale Universitario Karolinska, pubblicata su European Heart Journal, rivista scientifica dell’ESC (Società Europea di Cardiologia). “L’indagine rinforza anche tutto quello che già conosciamo riguardo la fibrillazione atriale, che non è una aritmia benigna con i suoi effetti negativi – spiega Giulio Molon, Direttore della Cardiologia presso l’Irccs Sacro Cuore Don Calabria di Negrar -. Il più grave certamente è l’ictus cerebrale ma occorre prestare attenzione anche all’insufficienza cardiaca e, come evidente da questa ricerca, il decadimento cognitivo”.
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Guadagni significativi nel tempo
Lo studio prende in esame le informazioni del registro svedese per i disturbi cognitivi/demenza (SveDem) su oltre 7.300 persone con fibrillazione atriale e malattia di Alzheimer. I partecipanti sono stati suddivisi in tre gruppi omogenei: in uno i soggetti sono stati trattati con i nuovi anticoagulanti (NOAC), nell’altro hanno assunto warfarin e infine, nel terzo gruppo, non sono stati posti in terapia per mantenere il sangue fluido.
Per esplorare la funzione cognitiva dei partecipanti nel tempo gli esperti hanno impiegato il Mini-Mental State Examination (MMSE). Risultato: le persone trattate con i NOAC sono andate incontro a declino della funzione cognitiva significativamente più lento rispetto a coloro che hanno assunto. warfarin o non assumevano alcun anticoagulante. La differenza corrispondeva a poco più di 0,2 punti MMSE all’anno. Non si tratta di un dato particolarmente eclatante considerando solo un anno, ma su un periodo più lungo anche un effetto di questo tipo potrebbe influenzare lo sviluppo della funzione cognitiva. “I nostri risultati suggeriscono che il trattamento con NOAC potrebbe essere significativo anche per la cognizione in questo gruppo di pazienti – segnala Nanbo Zhu, ricercatore del Karolinska Institutet, in una nota per la stampa -”.
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Non solo Alzheimer
Il trattamento con i farmaci anticoagulanti più recenti ha anche evidenziato un minor rischio di morte, ictus, trombosi e fratture rispetto a quanto osservato in chi non seguiva alcuna terapia. Per il warfarin, pur se c’è stato un guadagno anche su questo fronte, si è rilevato un maggior rischio di emorragie maggiori. Insomma: “ci sono motivi per credere che il trattamento possa avere un effetto positivo sulla cognizione, ad esempio migliorando il flusso sanguigno e riducendo i danni cerebrali di piccola entità – è il commento di Maria Eriksdotter -“. Lo studio conferma insomma come si possa ottenere una riduzione della comparsa di demenza nelle persone con fibrillazione atriale trattate con anticoagulanti orali, in confronto a chi non assume questi farmaci. “Il loro utilizzo va dunque oltre la prevenzione dell’ictus clinicamente manifesto e minimizza anche le microembolizzazioni cerebrali subcliniche che nel tempo riducono la funzione cognitiva delle persone – è il parere di Molon -. Il vantaggio appare più evidente per le persone trattate con anticoagulanti orali diretti (NOAC) rispetto al warfarin; se sia un effetto diretto oppure dipenda dalla maggiore stabilità dell’effetto anticoagulante nel tempo non viene riportato e non è ad oggi ancora noto, ma sicuramente il dato è molto forte”.
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