Mieloma multiplo, una nuova cura contro le ricadute della malattia di Giovanni Allevi
“Qui siamo tutti uguali”. È una delle frasi che più hanno colpito Giovanni Allevi durante il suo percorso di cura per il mieloma multiplo. A pronunciarla era stato un altro paziente, incontrato all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Il compositore, che aveva ricevuto la diagnosi nel 2022 dopo aver accusato un forte dolore alla schiena, ha raccontato più volte pubblicamente la malattia, le terapie, la paura dei controlli e il ritorno alla musica. Lo scorso luglio, proprio davanti ai ricercatori dell’Istituto, è tornato a parlare di quell’esperienza e di quanto abbia cambiato il suo modo di guardare alla vita.
La sua storia ha contribuito a far conoscere al grande pubblico una malattia ematologica che per molti resta poco familiare. Il mieloma multiplo è un tumore del sangue che colpisce le plasmacellule del midollo osseo e che, nonostante i progressi terapeutici, può ripresentarsi dopo una fase di risposta alle cure. È proprio in questa fase, quando la malattia torna a manifestarsi e bisogna scegliere un nuovo trattamento, che arriva una novità importante per i pazienti: l’Agenzia italiana del farmaco ha autorizzato la rimborsabilità di due combinazioni terapeutiche a base di belantamab mafodotin, un anticorpo farmaco-coniugato capace di colpire in modo mirato le cellule tumorali.
Leucemia linfatica cronica, l’arte rende protagonista il paziente
Che cosa cambia con la nuova approvazione
Il via libera riguarda pazienti adulti con mieloma multiplo recidivato o refrattario, cioè una malattia che è ricomparsa dopo il trattamento o che non risponde adeguatamente alle terapie. Belantamab mafodotin può essere utilizzato insieme a bortezomib e desametasone dopo almeno una precedente linea di cura, oppure in combinazione con pomalidomide e desametasone nei pazienti già trattati con un regime comprendente lenalidomide. Non si tratta, quindi, di una terapia destinata a tutte le persone con mieloma multiplo, né di un trattamento da utilizzare necessariamente al momento della diagnosi. La novità è soprattutto la possibilità di disporre di un’ulteriore opzione nelle fasi successive della malattia, quando diventa fondamentale ottenere una nuova risposta e mantenerla il più a lungo possibile. Circa 400 pazienti italiani hanno già ricevuto il trattamento negli ultimi dieci mesi grazie a programmi di accesso dedicati.
Gli studi: più tempo prima che la malattia progredisca
A dimostrare l’efficacia della nuova terapia sono stati due studi internazionali, Dreamm-7 e Dreamm-8, condotti su pazienti nei quali il mieloma multiplo si era ripresentato dopo precedenti trattamenti. In entrambi i casi, belantamab mafodotin è stato associato ad altri due farmaci e confrontato con combinazioni già utilizzate nella pratica clinica. I risultati sono incoraggianti. Nel primo studio, la metà dei pazienti trattati con la nuova combinazione è rimasta senza un peggioramento della malattia per almeno 36,6 mesi, contro i 13,4 mesi di chi aveva ricevuto la terapia di confronto. Nel secondo studio, questo intervallo è stato di 32,6 mesi rispetto a 12,5 mesi. In altre parole, la nuova terapia ha permesso di prolungare sensibilmente il periodo durante il quale il tumore resta sotto controllo. Non significa guarire definitivamente, ma poter ritardare una nuova progressione della malattia e la necessità di ricorrere ad altre cure.
Giovanni Allevi durante il concerto a Padova nel Tour di piano solo 2026
La possibilità di adattare le cure
Un aspetto importante riguarda anche la possibilità di personalizzare i trattamenti. “Le combinazioni vengono scelte e adattate in base alle caratteristiche della persona malata”, spiega Elena Zamagni, associata di Ematologia all’Università di Bologna e dirigente medico al Policlinico Sant’Orsola. Nella scelta contano anche le terapie già ricevute e l’eventuale resistenza sviluppata ad alcuni farmaci. Belantamab mafodotin viene somministrato attraverso un’infusione endovenosa in day hospital. “È un farmaco di facile gestione: può essere somministrato in regime di day hospital, l’infusione dura 30 minuti ogni 8-12 settimane proprio per la versatilità e adattamento della dose senza la necessità di pre-medicazioni o ricoveri, rendendo il trattamento facilmente fruibile anche in reparti di ematologia meno strutturati”, osserva Zamagni.
Gli effetti collaterali da tenere sotto controllo
Come tutte le terapie oncologiche, anche questa presenta possibili effetti indesiderati. Uno dei più importanti riguarda gli occhi: il trattamento può provocare alterazioni della cornea e disturbi della vista, che richiedono controlli oftalmologici regolari e, in alcuni casi, una modifica o una sospensione della terapia. “L’alterazione temporanea della vista provocata dal farmaco può essere risolta con la sospensione temporanea della terapia”, spiega Francesca Gay, associata di Ematologia all’Università di Torino. “La somministrazione può essere quindi ripresa adattando la dose e frequenza al paziente”. Non sempre, tuttavia, i disturbi oculari si risolvono rapidamente, ed è per questo che il monitoraggio rappresenta una parte fondamentale del percorso di cura.
Mieloma multiplo, da malattia negletta a patologia cronicizzata
Come funziona
Belantamab mafodotin appartiene alla classe degli anticorpi farmaco-coniugati, chiamati anche Adc. Si tratta di medicinali che uniscono un anticorpo monoclonale a una sostanza capace di danneggiare le cellule tumorali. L’anticorpo riconosce una proteina chiamata Bcma, presente sulla superficie delle plasmacellule malate, e permette al farmaco di raggiungere il proprio bersaglio. Una volta entrato nella cellula, rilascia la sostanza citotossica, che ne ostacola la divisione e provoca la morte. È un approccio diverso dalla chemioterapia tradizionale, anche se non privo di effetti indesiderati. Tra quelli più importanti ci sono le alterazioni della superficie corneale, che possono provocare visione offuscata e altri disturbi oculari e richiedono controlli oftalmologici periodici, eventuali sospensioni e modifiche della dose.
Una malattia sempre più controllabile
Ogni anno in Italia si stimano circa 6-7mila nuove diagnosi di mieloma multiplo. La malattia colpisce soprattutto le persone anziane, con un’età mediana alla diagnosi di circa 70 anni, anche se può manifestarsi prima. Le cellule colpite sono le plasmacellule, normalmente incaricate di produrre gli anticorpi che ci difendono dalle infezioni. Quando diventano tumorali, si moltiplicano nel midollo osseo e possono provocare danni alle ossa, anemia, insufficienza renale e una maggiore vulnerabilità alle infezioni. Negli ultimi decenni il trattamento del mieloma multiplo è cambiato profondamente. Alle terapie tradizionali si sono aggiunti farmaci immunomodulanti, inibitori del proteasoma, anticorpi monoclonali e, più recentemente, anticorpi bispecifici e terapie cellulari Car-T. Progressi che hanno permesso a molti pazienti di vivere più a lungo, pur in presenza di una malattia che continua a richiedere controlli e trattamenti successivi. La storia di Giovanni Allevi racconta anche questa dimensione del mieloma: la necessità di convivere con l’incertezza, con gli effetti delle cure e con il timore che la malattia possa tornare a progredire.
Condividi questo contenuto:




