Tumore della prostata: come recuperare la sessualità anche nei casi più complessi
Le cifre parlano chiaro. Rispetto a qualche anno fa, la sopravvivenza a distanza dopo una diagnosi di tumore della prostata può arrivare a superare il 90%, grazie alla combinazione di approcci terapeutici come chirurgia, radioterapia e trattamenti medici. La diagnosi precoce è ovviamente fondamentale per una prognosi migliore, ma sempre di più la patologia viene controllata e si propone, anche in caso di tumori avanzati, la necessità di offrire ai pazienti anche una soddisfacente attività sessuale. In molti casi, infatti, in caso di neoplasia in fase avanzata si può avere la perdita della sessualità maschile. Sempre di più soluzioni mediche e chirurgiche possono aiutare questi uomini, come scrive in una lettera che apparirà su Archivio Italiano di Urologia e Andrologia, Aldo Franco De Rose, Urologo e andrologo e Presidente dell’Associazione Andrologi Italiani.
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Oltre i farmaci orali
Per rimuovere chirurgicamente la neoplasia alla prostata può diventare necessario sacrificare i nervi che consentono di ottenere l’erezione. “La conseguenza è che farmaci orali come sildenafil, tadalafil, vardenafil, avanafil, risultano inefficaci – spiega De Rose -. Sezionando i nervi, infatti, viene a mancare la secrezione di ossido nitrico da parte delle terminazioni nervose, un fattore che preclude la dilatazione delle arterie del pene, necessaria per far affluire più sangue e raggiungere l’erezione”.
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Le iniezioni prima del rapporto
Questo problema può essere affrontato, specie nei pazienti più giovani, con un trattamento profilattico attraverso iniezioni vasodilatanti, da praticarsi alcuni minuti prima del rapporto direttamente dal paziente o dalla partner, con risultati in genere soddisfacenti. Ma non sempre questa via viene accettata. “Quindi, se queste soluzioni terapeutiche non sono efficaci o non vengono accettate dal paziente è opportuno concordare con lo specialista interventi di altro tipo come, per esempio, l’impianto di protesi peniene. Intervento che è possibile anche dopo la chirurgia, la radioterapia e/o la chemioterapia”. Questi dispositivi, oggi fra le soluzioni più avanzate disponibili, vengono impiantati nei corpi cavernosi, sostituiscono la funzione erettile, assicurano una valida rigidità e consentono quindi la ripresa della funzione sessuale.

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Possibili interventi in anestesia locale
Nell’ambito di un’altra ricerca pubblicata qualche tempo fa sulla stessa rivista scientifica, peraltro, si è visto che l’impianto di protesi può essere effettuato, in casi selezionati, anche in anestesia locale. I pazienti identificati per il posizionamento di protesi sono stati individuati tra quelli con deficit erettile grave non rispondente ai farmaci orali o alle iniezioni direttamente nei corpi cavernosi. Tutto è nato dalla necessità di impiantare una protesi in un paziente che non poteva sostenere l’anestesia spinale per la presenza di placche metalliche nell’area della colonna vertebrale e che aveva avuto arresti cardiaci in corso di anestesia generale. La ricerca, condotta dallo stesso De Rose con Fabrizio Gallo, mostra come non ci siano differenze tra anestesia spinale e locale in termini di dolore postoperatorio, soddisfazione dei pazienti e complicanze. Per quanto riguarda la valutazione del dolore peri-operatorio, è stata registrata una maggiore richiesta di sedazione dagli uomini sottoposti ad anestesia locale rispetto a quelli sottoposti ad anestesia spinale. Nessuna differenza invece c’è stata per quanto concerne la soddisfazione generale, la corrispondenza con le aspettative e, soprattutto, la fiducia nella ripresa di una normale attività sessuale.
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Appropriatezza e risposte
Ovviamente, caso per caso, occorre sempre trovare la soluzione ottimale per offrire una sessualità quanto più serena e soddisfacente agli uomini che si trovano ad affrontare condizioni di questo tipo. Anche le protesi, qualora indicate, presentano infatti caratteristiche diverse: basti pensare alle tricomponenti, alle bicomponenti e alle semirigide. “Per il profilo di sicurezza ed efficacia occorre che le protesi del pene, così come i presidi per l’incontinenza urinaria maschile, vengano inserite nei Lea, cioè nei Livelli essenziali di assistenza, anche in presenza di tumori localizzati o avanzati – conclude De Rose – è superfluo sottolineare che si tratta di un aspetto sostanziale e che per molti pazienti, come ad esempio alcuni giovani con diabete che presentano compromissione dei nervi o delle arterie, questa condizione spinge verso il privato, il che non è sempre sostenibile economicamente. Il tema, attuale e molto dibattuto, evidenzia come la sessualità e le conseguenze di tante patologie rischino di essere ignorate dal Servizio Sanitario Nazionale e penalizzino moltissimi uomini”.
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