Peter Watkins, il genio incompreso del cinema che ha sfidato il sistema dei media

Alcune storie per provare a spiegare chi fosse Peter Watkins, il regista inglese morto il 30 ottobre un giorno dopo aver compiuto novant’anni.

Nel libro di Geoffrey Giuliano The Beatles. A Celebration viene riportata la seguente dichiarazione di John Lennon sull’origine del “bed in”, la famosa protesta non violenta messa in atto da John e da Yoko Ono nel 1969, nella loro camera da letto, per protestare contro la guerra in Vietnam: “Nacque tutto da una lettera che ci arrivò da un tizio di nome Peter Watkins, che aveva fatto un film intitolato The War Game. Era una lunga lettera che descriveva la situazione del momento – come i media fossero tutti controllati, come la gente fosse manipolata. E diceva: persone nella vostra posizione hanno la responsabilità di usare i media in favore della pace. Ci pensammo per tre settimane. Quella lettera fu la scintilla che fece esplodere tutto. Fu come se avessimo ricevuto la cartolina di arruolamento per la pace”.

The War Game è un finto documentario sugli effetti di una possibile guerra nucleare in Inghilterra. Dura 47 minuti, è prodotto dalla BBC ed è filmato come fosse un telegiornale, ma totalmente ricostruito: è ancora oggi sconvolgente. Watkins lo girò nel ’65 e nel ’67 vinse l’Oscar per il miglior documentario. Fu il primo Oscar a un mockumentary, genere molto particolare la cui definizione mescola le parole “mock” (prendere in giro, parodiare) e “documentary” (probabilmente il mockumentary più bello e più famoso è Zelig di Woody Allen). Nonostante l’Oscar, la BBC lo mandò in onda solo nel 1985: vent’anni prima il giudizio della rete fu che era “too horrifying for the medium of broadcasting”, troppo spaventoso per essere mandato in onda. Oggi sarebbe molto proficuo metterlo a confronto con A House of Dynamite di Kathryn Bigelow, il film su un attacco nucleare agli Stati Uniti visibile in questi giorni su Netflix. A House of Dynamite è un film di finzione, ma è anch’esso in parte costruito come un reportage. Sessant’anni prima, in Gran Bretagna, Watkins era stato molto più diretto e più terrificante (la BBC in fondo aveva visto giusto…) di qualunque film successivo.

Watkins aveva visto Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick prima di girare The War Game? È altamente probabile. Ma è altrettanto probabile che Kubrick avesse visto Privilege, unico film “di finzione” che Watkins abbia realizzato per le sale, prima di girare Arancia meccanica. Privilege è del 1967. Siamo in piena Swingin’ London, il rock inglese è la forma d’arte più importante del pianeta e sembra incarnare la ribellione, tanti ragazzi amano i Beatles e i Rolling Stones… e Watkins che fa? Un film ambientato nei primi anni ’70 (quindi nel futuro immediato) in cui i due principali partiti britannici si sono coalizzati e per anestetizzare le masse usano un cantante rock immaginario, tale Steven Shorter (interpretato da Paul Jones, cantante dei Manfred Mann), per recitare la parte del ribelle e manipolare la gente. Vi sembra il destino di Alex in Arancia meccanica? Beh, lo è! Il libro di Burgess era uscito nel 1962 e Watkins poteva averlo letto, ma Kubrick avrebbe fatto il suo film solo quattro anni dopo, nel 1971.

Ma chi diavolo era Peter Watkins? Per certi versi era un inglese modello. Nato nel 1935 nel Surrey, aveva regolarmente prestato servizio nell’esercito e poi aveva studiato recitazione alla Royal Academy of Dramatic Art. Curriculum fra i più classici. All’inizio degli anni ’60, dopo un po’ di lavoretti in pubblicità, era entrato alla BBC come assistente montatore e aiuto-regista di documentari. A 29 anni, nel 1964, girò un film intitolato Culloden. Abbiamo una preghiera per voi: Culloden si trova su YouTube, dura solo 70 minuti, cercatelo e guardatelo. A prima vista è un film di guerra ambientato nel ‘700 (sì, come Barry Lyndon): ricostruisce una battaglia combattuta nel 1746 tra l’esercito inglese comandato dal Duca di Cumberland e i ribelli giacobini scozzesi fedeli al principe Carlo Stuart, pretendente al regno d’Inghilterra (se avesse vinto sarebbe diventato lui Carlo III, non colui che risiede ora a Buckingham Palace). La battaglia mise fine al sistema dei clan scozzesi e fu, pare, di rara crudezza e di cruciale importanza. Watkins la ricostruì con grande cura dei dettagli storici (armi, costumi, facce, linguaggio) ma con un’idea assolutamente rivoluzionaria. Qualcuno di voi ricorda Il circolo Pickwick di Ugo Gregoretti? Con lo stesso Gregoretti che, in abiti moderni, si aggirava nell’Inghilterra dell’800 come fosse un “inviato” della RAI ai tempi di Dickens? Idea geniale, no? Ebbene, l’idea era già in Culloden. Nel film (fotografato in un splendido bianco e nero da Dick Bush, un signore che poi avrebbe lavorato con Ken Russell, William Friedkin, Blake Edwards e altri geni) si vede una troupe della BBC che si aggira sul campo di battaglia, intervista i combattenti, si infila nelle zuffe, documenta la guerra in diretta. E siamo nel 1964. Il circolo Pickwick è del 1968. Gregoretti aveva visto Culloden? È, di nuovo, altamente probabile perché è l’unico film di Watkins che abbia avuto un enorme riscontro sulle tv di tutto il mondo. Watkins avrebbe usato lo stesso metodo in un fluviale film per la tv girato nel 2000, La Commune (Paris, 1871): lì la finzione è ancora più esplicita perché a inizio film la macchina da presa entra non nella Parigi dell’800, ma in un teatro di posa mezzo distrutto che allude alla Parigi dell’800. Il film è una coproduzione franco-tedesca, dura più di cinque ore e La Sept/Arte, dopo averlo prodotto e giudicato “incompleto”, lo mandò in onda il 26 maggio 2000 dalle dieci di sera alle quattro di mattina. In quanti l’avranno visto? Watkins gridò alla censura, e comunque anche La Commune si trova su YouTube.

Ormai l’avete capito: dopo l’inizio con il botto di Culloden, Watkins è diventato un reietto in patria per le sue posizioni super-radicali. Avete presente Ken Loach? Ok, tutti amiamo Ken Loach, ma se pensate che Loach sia un combattente, un cineasta anti-establishment, un fiero avversario del sistema, ecco: fate la conoscenza con Peter Watkins. Loach è un grandissimo regista, il cantore degli esclusi e degli “ultimi”, di ciò che rimane del vecchio glorioso proletariato. Ma il suo lavoro è interno al “sistema”: i suoi film vengono distribuiti da società che stanno nel mercato, vanno ai festival, ogni tanto addirittura li vincono, escono in sala, fanno persino soldi. Watkins al confronto è un terrorista. La sua opera a cavallo fra documentario e fiction, con una modernità assoluta che lo rende un cineasta d’avanguardia ancora oggi, è una feroce, coerente critica al sistema dei media e al capitalismo tout court. Se c’è un intellettuale a cui è lecito paragonarlo è il Guy Debord del famoso saggio La società dello spettacolo. E queste sue opinioni politiche, evidenti nei film, vanno al di là dei film stessi, influenzano la loro diffusione e percezione. Nel suo sito internet http://pwatkins.mnsi.net, che risulta ancora attivo, c’è la seguente dichiarazione: “Vi prego di considerare che il mio lavoro non è disponibile per proiezioni a festival che usano fare dei pitch per selezionare future produzioni di telefilm e documentari, festival che non prevedono un tempo adeguato per dei dibattiti e festival in cui i film devono gareggiare gli uni contro gli altri”. Capito? Ciao Venezia, ciao Cannes, ciao Berlino: benvenuti del mondo degli outsider assoluti.

Dagli anni ’70 in poi Watkins ha lavorato indefessamente ma trovando sempre meno riscontri, a livello di produzione e distribuzione. Nel 1974 ha girato un altro film lunghissimo e molto bello, Edvard Munch, sul grande artista norvegese. Era una coproduzione Svezia/Norvegia. In Gran Bretagna ormai era “persona non grata”. È vissuto in Francia e in Lituania, dove si era sposato con l’artista Vida Urbonavi?ius. È bello pensare che esista un universo parallelo dove Peter Watkins è considerato uno dei più grandi cineasti di tutti i tempi, e probabilmente esiste ma noi viviamo nel nostro, di universo, e possiamo solo ricordarlo e gridare, vox clamantis in deserto, di cercare i suoi film ovunque essi siano.

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