Il mio amico Lupo, la Luisona e quelle serate indimenticabili tra ironia e battute fulminanti
Con il Lupo Stefano si rideva “sul serio”, per dirla con lo slogan dei volumi regalati da Repubblica, anche nella vita privata. Non era un comico triste, secondo lo stereotipo del clown malinconico. Al contrario, stargli vicino voleva dire venire contagiati dalla sua fulminante ironia, però sempre portatrice di un ragionamento, di un’idea, di un messaggio su cui riflettere, più alla Charlot che alla Buster Keaton per intendersi. Agli estranei, nelle occasioni conviviali, poteva sembrare timido o scorbutico: invece era dotato di un’allegria contagiosa, animata dal medesimo umorismo dei suoi romanzi. Solo che, a differenza di tanti scrittori e artisti, Benni non era un piacione.
Non si preoccupava di cosa pensassero gli altri di lui, pur riversando dolcezza, generosità e umanità su amici e lettori. Non frequentava salotti letterari e televisivi, non partecipava a premi e festival. Non gli piacevano i giochi e i riti di società. Una volta, a Londra, dopo avere conquistato tutti a un concerto jazz in cui cantò, recitò e lesse poesie, lo invitarono a un party a casa di ricchi espatriati italiani: non rivolse la parola a nessuno, restando per tutta la sera ingrugnito in un angolo. Ma il giorno dopo, a cena dalla mia ragazza, le domandò: «Non ce l’avresti un divano?», dopodiché, steso su un sofà con un piatto di spaghetti in mano, tirò fuori tutta la sua simpatia.
Il mestiere di ridere seriamente con Benni
Il Benni che fa ridere sul serio veniva fuori a Cesenatico, dove passava qualche giorno ogni estate, fingendo di arrabbiarsi quando mio figlio lo scambiava per il suo amico Dario Fo («guarda che io sono molto più giovane!»), che andava al lido di fianco al nostro; o sulla costa occidentale della Sardegna, nei pressi di Oristano, dove restava più a lungo, ospite di Gianni, ex sindacalista Fiat tornato sulla sua isola per fondare una cooperativa di pescatori: sul lato interno della porta, Stefano attaccava la lista di tutti i pesci che metteva personalmente in padella, ogni giorno uno diverso, cucinati per i suoi compagni di vacanza. Un’altra volta, a Napoli, ci ritrovammo a tavola con Goffredo Fofi e Ryszard Kapuscinski: «Se vuoi che i tuoi libri abbiano successo in Italia», disse al grande giornalista polacco, «basta che ti inchini a Goffredo ed è fatta», facendo sganasciare l’uno e l’altro dalle risate.
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Ci eravamo conosciuti nel 1975 nella redazione di un neonato quotidiano bolognese che sopravvisse soltanto sei mesi: Stefano era il caposervizio spettacoli e l’autore di fenomenali corsivi anonimi firmati “Il matto”, illustrati dagli occhi spiritati di Martin Feldman nella parte del gobbo Igor nel film Frankenstein junior di Mel Brooks, ma si occupava anche d’altro, sempre lasciando il segno della sua “seria” comicità. Per esempio, titolando “Viva patata!” un congresso di agricoltori in rivolta.
Un giorno dell’anno seguente mi diede un passaggio sulla sua Fiat 500 usata, da uno scatolone sui sedili posteriori tirò fuori con aria misteriosa una copia di Bar Sport, il suo primo libro, appena pubblicato, destinato a diventare un longseller da un milione e mezzo di copie (da cui è tratto il celebre racconto sulla Luisona inserito nel primo dei sei volumi in omaggio con Repubblica) e me lo autografò con una dedica che non ho più dimenticato. «A Enrico Franceschini», scrisse con la sua caratteristica calligrafia svolazzante, «cui pronostico un grande futuro nel campo della carta stampata: volantini, elenchi del telefono, biglietti del tram». Cinquant’anni dopo, mi fa ancora ridere. Dico sul serio.
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