Sentire voci o presenze, capita a più persone di quanto crediate
Saremmo molti di più di quello che si pensa a sentire presenze o voci. Un fenomeno che non trova ancora una spiegazione. Ma che non rimanda necessariamente a una malattia. Percepire una presenza, provare un déjà vu intenso o cogliere coincidenze significative sono infatti esperienze relativamente comuni. A dirlo uno studio pubblicato su PLOS One dal titolo “Making sense of the extraordinar” che indaga il modo in cui queste esperienze vengono interpretate e l’effetto che possono avere sul nostro benessere psicologico. Sarebbero, secondo i ricercatori, fenomeni ricordati come qualcosa di significativo o anche di positivo, piuttosto che spaventoso.
I dati dello studio
I ricercatori hanno sottoposto un questionario (Inventory of Nonordinary Experiences, INOE) a 5.117 adulti brasiliani. A ciascuno veniva chiesto di pensare a una tra le 38 esperienze non ordinarie, elencate nel questionario, e descriverne contesto, significato attribuito, impatto emotivo ed effetti nel tempo.
Dai risultati emerge che questi eventi in genere vengono interpretati all’interno di schemi di significato condivisi. Più della metà dei partecipanti (51%) ha dichiarato che l’esperienza ha avuto effetti positivi nel lungo periodo, mentre un quarto (25%) ha riferito di aver provato sofferenza o disagio e il 20% ha descritto un impatto negativo. Circa il 39% era da solo quando è avvenuta l’esperienza e il 57% era sveglio e vigile. Nella maggior parte dei casi i partecipanti hanno attribuito l’evento al caso e hanno riferito di aver mantenuto almeno un certo grado di controllo su ciò che stava accadendo.
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Esperienze frequenti
La prima conclusione a cui giunge lo studio è che si tratti di esperienze, che possono assomigliare ai sintomi di psicosi o disturbi dissociativi, abbastanza frequenti nella popolazione generale. “Da tempo sappiamo che alcune esperienze insolite non sono necessariamente indice di una malattia psichiatrica. È il caso, ad esempio, delle allucinazioni ipnagogiche e ipnopompiche, le percezioni uditive o visive che possono comparire nel passaggio dalla veglia al sonno o dal sonno alla veglia, dei déjà vécu o della sensazione di percepire la presenza di una persona cara appena scomparsa. Chi le sperimenta, nella maggior parte dei casi, mantiene la consapevolezza che non appartengono alla realtà. Diventano invece un segnale di possibile patologia quando la persona perde la capacità di metterle in discussione, le considera reali e persistono nel tempo. La diagnosi di una psicosi, ad esempio, tiene conto dei sintomi, della loro frequenza, durata e persistenza nel tempo e dall’impatto sul ‘funzionamento’ della persona”, dice lo psichiatra Pietro Pietrini, professore ordinario e direttore del Laboratorio di Neuroscienze della Scuola IMT Alti Studi Lucca
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L’interpretazione conta più dell’esperienza
Né segni di malattia né prove del soprannaturale dunque, ma fenomeni relativamente comuni. “I nostri risultati suggeriscono che il modo in cui una persona interpreta un’esperienza insolita conta più dell’esperienza stessa nel determinare se diventerà una fonte di sofferenza oppure di significato. Questo ha conseguenze dirette sul modo in cui clinici e familiari dovrebbero rispondere quando qualcuno racconta un’esperienza straordinaria” dice Jorge Moll, uno degli autori dello studio.
“Dallo studio emerge che queste esperienze si verificano in assenza di condizioni esterne, come l’assunzione di sostanze psicoattive; sono più frequenti tra gli adulti che tra i bambini; chi le vive riferisce di aver mantenuto un certo grado di controllo sull’esperienza, un aspetto che ricorda, per certi versi, il fenomeno del sogno lucido”, dice Pietrini.
Un campo ancora da esplorare
Temi che in futuro dovranno essere ulteriormente approfonditi dai ricercatori per fare luce sul funzionamento di questi processi mentali. “Oggi sappiamo che anche le esperienze mentali più complesse, comprese le emozioni e le percezioni insolite, hanno un correlato neurobiologico. La sfida della scienza è capire quali circuiti cerebrali e quali meccanismi molecolari siano coinvolti quando una persona percepisce, ad esempio, una voce o un’immagine in assenza di uno stimolo esterno”, conclude Pietrini. È un campo ancora in larga parte da esplorare.
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