Connettere per comprendere: a Genova il “90 per cento del tutto” indaga su porti e crisi climatica
È tempo di connessioni, questa nostra stagione a bordo di un pianeta in fiamme. Ed è mettendo insieme i linguaggi dell’arte contemporanea con la ricerca scientifica e il racconto per territorio, ma anche i data, i canali e le dimensioni sensoriali, che la nuova installazione ospitata da Palazzo Ducale a Genova nasce per indagare il rapporto tra la logistica marittima e la crisi climatica.
Si chiama Ninety Percent of Everything, la presenta U-BOOT Lab in collaborazione con i collettivi Fish Tank e Fathom 30°, la factory sonora Stellare, Tiziana Alocci e il fotografo Simone Lezzi, e rimarrà in allestimento fino al 4 ottobre. Il titolo è un riferimento diretto al libro della giornalista Rose George, la riflessione sul funzionamento di un sistema per cui circa il 90 per cento di tutti i beni di uso quotidiano viene trasportato via mare, e il tentativo è quello di fare un racconto del sistema portuale e marittimo come «infrastruttura invisibile a legare ecologie, economie, lavoro, tecnologie e consumo globale».
Nata dalla call internazionale che la scorsa primavera ha selezionato di artiste e artisti per la residenza artistica curata a Genova da Maria Pina Usai, l’opera esplora il mondo dei porti come dispositivo critico di relazione tra flussi commerciali, equilibri ecologici e dinamiche sociali, ne dice la curatrice.
«Sia la residenza, sia l’installazione, emergono per sollecitare un confronto tra arte, ricerca e territorio, – aggiunge Ilaria Bonacossa, direttrice della Fondazione Palazzo Ducale – sono un invito al pubblico a riflettere sulle infrastrutture invisibili che regolano la nostra quotidianità e sulle implicazioni ambientali, sociali e geopolitiche della logistica». Un mondo inteso come esito sistemico delle interconnessioni tra ecologia, lavoro, dinamiche economiche, geopolitiche e consumo globale.
Poggiata su pratiche di data visualization e data sonification, l’installazione assume come materia di ricerca artistica dataset provenienti dalla ricerca scientifica, dalla logistica e dal lavoro di campo svolto durante la residenza. A comunicare sono immagini in movimento, suoni e fotografie, e poi infiniti dati relativi ai flussi navali, alla biodiversità marina, alle infrastrutture portuali, alle merci e al lavoro dei porti.
Elementi che si intrecciano alle testimonianze raccolte sul campo, e si traducono in un linguaggio audiovisivo «capace di rendere percepibili relazioni normalmente invisibili», viene presentata. Più che rappresentare i dati, l’opera ne interpreta le connessioni, trasformando informazioni eterogenee in un’esperienza che invita il pubblico a interrogare il proprio ruolo all’interno di questo sistema.
Il progetto, del resto, arriva sulla scena anche per «propone un rovesciamento di prospettiva» – lo definisce Usai – rispetto a una lettura che considera la logistica marittima esclusivamente come causa di impatti ambientali. Piuttosto, «invita a interrogare il ruolo che ciascuna di noi esercita nel sostenere questo sistema attraverso le proprie scelte quotidiane di consumo. L’obiettivo non è soltanto rendere visibile un’infrastruttura normalmente invisibile, ma spostare il pubblico da spettatore a soggetto direttamente coinvolto».
Artisti e collettivi hanno lavorato «con chi il porto lo vive ogni giorno, a bordo delle navi, tra le banchine e nei turni che il pubblico non vede», viene raccontato. ll risultato è un video dual channel che intreccia dati ambientali, suoni, immagini e testimonianze raccolte sul campo a dataset tecnici e scientifici. Attraverso i dati in tempo reale di rotte cargo e segnali radio l’opera rimane connessa ai processi che racconta. Accanto all’installazione, poi, l’open studio presenta domande, materiali, dataset, in un archivio aperto all’evoluzione grazie ai contributi del pubblico e del public program.
«Non solo un’infrastruttura resa visibile, insomma, ma un invito a chiedersi: che ruolo abbiamo in questo sistema?», è il senso di tutto. Non solo. Un modo anche per «riconosce alle pratiche artistiche e culturali la capacità di costruire nuovi immaginari e di attivare forme di consapevolezza che possano contribuire a orientare comportamenti più sostenibili», si rivela.
A metà tra l’opera artistica e il processo di ricerca e produzione condiviso, messo insieme pezzo per pezzo nel dialogo tra artisti, curatori, lavoratori della comunità portuale e marittima e scuole diverse – nei collettivi under 35 coinvolti hanno lavorato Jennifer Yue Yuen Yu e Shawn Pak Hin Tang (Fish Tank, Hong Kong, Bremen) e Tamara Keller, Sofia Daniela, Rudi Kent e Sun Woo Yoon (Fathom 30°, Svizzera, Corea del Sud e Regno Unito), di Stellare fanno parte Ale Bavo, FiloQ e Raffaele Rebaudengo – anche per questo la rete di connessioni di Ninety Percent of Everything si estende anche oltre il porto di Genova, portando l’esito della ricerca anche al Terminal Grendi del Porto di Cagliari, e poi all’Embarcadère nel Vieux Port di Marsiglia, nell’ambito del partenariato tra l’Observatoire des publics et des pratiques de la culture MESRI/AMU. La quarta città ospitante è Londra, grazie alla collaborazione con The Heath Studio.
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