Theo, Jo e Van Gogh un affare di famiglia
AMSTERDAM – C’è la mano di un altro Vincent van Gogh nel percorso che portò alla fama il grande pittore che tutti conosciamo. Quel nipote che dello zio artista riprese il nome, quasi una premonizione, figlio dell’amato fratello Theo e di sua moglie Jo. Proprio lui, che di mestiere aveva scelto di fare l’ingegnere e invece tanta parte ha avuto nel far conoscere al mondo il genio di Van Gogh. L’arte entrò nella sua vita senza essere invitata, sin da quando lo zio dipinse come regalo per la sua nascita, nel 1890, quel famoso Ramo di mandorlo in fiore che ora campeggia in apertura della mostra Vincent’s Path to Fame, al Van Gogh Museum di Amsterdam (fino al 6 settembre).
La mostra temporanea, che si può visitare insieme alla collezione permanente da cui provengono alcune delle opere esposte, riunisce dipinti famosi come Il raccolto (1888), il preferito della cognata di Vincent, Jo, per lungo tempo appeso nel salotto della casa di Theo, e poi disegni, stampe, documenti, foto di Vincent e Theo giovanissimi e le lettere che ripercorrono lo stretto rapporto tra i due fratelli di cui tanto si è scritto.
Vincent che inseguiva le stelle
Ma seguendo la linea temporale segnata in terra e lungo le pareti – da quando, dopo aver provato brevemente altri lavori, arriva per l’artista la “chiamata” – si intuisce subito il ruolo centrale svolto dalla famiglia nel trasformare Vincent in un pittore di fama mondiale. È infatti la storia, vera, che c’è dietro il mito il risvolto più interessante che questa mostra, allestita a poco più di 50 anni dall’inaugurazione del museo nella capitale olandese, mette in luce: ripercorrendo i dilemmi che hanno accompagnato le vite di Vincent, Theo, Jo e del giovane nipote tra dubbi, battute d’arresto, orgoglio ferito e trionfi. Proprio il nipote alla passione per l’arte, da sempre fortissimo trait d’union tra il padre e lo zio, preferì “qualcosa di più concreto”, come scopriamo qui, continuando però soprattutto dopo la scomparsa della madre a occuparsi anche della collezione di famiglia e gettando le basi per quello che sarebbe diventato infine il Van Gogh Museum, da lui inaugurato negli anni Settanta. E niente impedisce di immaginare che nella realizzazione di questo spazio abbia messo a frutto le sue conoscenze ingegneristiche, volendo per esempio che tutte le sale fossero illuminate da luce naturale.

Van Gogh e l’orecchio mozzato: non fu “colpa” di Gauguin
Ma facciamo un passo indietro e soffermiamoci sulla figura di Jo (Johanna) van Gogh-Bonger, a cui la mostra davvero rende onore. È lei la persona che più d’ogni altra davvero ha reso famoso Van Gogh. Dopo il brevissimo matrimonio (nemmeno due anni) con Theo, che muore sei mesi dopo il suicidio di Vincent, è lei a prendere in mano le redini del patrimonio artistico di famiglia, a cominciare dalla sterminata collezione raccolta negli anni dal marito, a cui si sono aggiunte le opere dipinte dal fratello di lui: Vincent, come si sa, non raccolse grande successo in vita. Di qui la scelta che cambierà per sempre la storia dell’arte dell’ultimo secolo: farlo conoscere al mondo. Solo in un secondo tempo – e in questa sede viene spiegato benissimo – Jo penserà a rendere pubbliche anche le tante, tantissime lettere tra i due fratelli, da cui meglio si evince la complessa personalità di questo gigante. Ma prima, per lui – e su questo è categorica – devono parlare le opere. Alcune, a malincuore, Jo decide di venderle: è il caso dei Girasolialla National Gallery di Londra oppure della Notte stellata, allo scopo di far circolare meglio il nome di Vincent nel mondo.
«È un miracolo che tante opere di Van Gogh siano ancora insieme», dicono gli eredi del pittore in uno degli audio finali che corredano l’esposizione, utilissimi per immergersi in questa storia anche attraverso gli occhi e le voci dei protagonisti. Un miracolo che si chiama famiglia.
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