È morto lo scrittore ungherese Péter Nádas

«Sono nato contemplativo». Forse non c’è frase più precisa per ricordare lo scrittore ungherese Péter Nádas, morto a 83 anni, della definizione che lui stesso dava di sé. In narratore che aveva fatto della lentezza e dell’attenzione dello sguardo una forma di conoscenza è morto nella sua casa di Gombosszeg, in Ungheria, come ha confermato la sua agente letteraria, Anett Orosz.

Nádas se ne è andato così come aveva vissuto gli ultimi anni: lontano dal rumore, nella campagna ungherese, osservando il mondo circostante in silenzio. «Vivo modestamente e non ho alcun desiderio di vivere diversamente», diceva. Non ascoltava la radio, non guardava la televisione, usava soltanto Internet per mantenere un filo con il mondo. Ma il suo era un isolamento solo apparente: da quella casa di campagna aveva continuato a interrogare la storia europea, la memoria, la violenza e le forme del potere che sono stati i grandi temi della sua letteratura.

Nato a Budapest il 14 ottobre 1942, in una famiglia d’origine ebraica, scampato alla Shoah, da bambino aveva perso la madre, morta di cancro, e tre anni dopo il padre si era suicidato. Rimasto orfano, era stato cresciuto da una zia. Quella frattura originaria, quel dolore, sarebbe rimasto, in forme diverse, al centro della suo scrivere, non come semplice dato biografico ma come materia da dissezionare, ricomporre e osservare da ogni possibile angolazione.

Prima di diventare uno dei grandi narratori europei del secondo Novecento, Nádas era stato fotografo e giornalista. Lavorò per la stampa ungherese fino alla fine degli anni Sessanta, poi decise di dedicarsi interamente alla letteratura. Aveva già pubblicato nel 1967 La Bibbia e altri racconti (In Italia edito poi da Einaudi) che aveva segnato il suo esordio narrativo.

Nel 1977 arrivò Fine di un romanzo familiare, il libro che avrebbe aperto a Nádas la strada della fama internazionale. Poi Libro di memorie, opera monumentale in cui memoria, eros, identità e storia europea si intrecciano, romanzo amatissimo da Susan Sontag.

Il suo Storie parallele, pubblicato in Ungheria nel 2005 dopo diciotto anni di lavoro, con cui lo scrittore attraversa decenni della storia europea e tiene insieme Budapest, Berlino, il nazismo, la guerra, il comunismo, il 1956 ungherese e il 1989 in una trama vastissima, è stato pubblicato da Bompiani in tre volumi: La regione muta, Nel profondo della notte e Il respiro della libertà.

Considerato un autore proustiano, al grande francese lo accomunavano l’attenzione al dettaglio, alla percezione, alla memoria involontaria. Aveva persino tentato di raccontare la sua stessa morte: nel 1993 un infarto lo mise in pericolo di vita. Fu rianimato e trasformò quell’esperienza in La morte a tu per tu. Di quella esperienza: «Amo vivere, ma era bello anche morire».

Romanziere, drammaturgo, saggista, fotografo, Nádas è stato anche uno degli osservatori più lucidi della trasformazione politica dell’Ungheria: critico verso Viktor Orbán, aveva definito il suo governo «una sorta di mafia dell’Europa dell’Est» ma rifiutava una visione solo politica della letteratura,vista come «una questione personale, non comunitaria né nazionale», aveva detto.

Spesso indicato tra i possibili candidati al Nobel per la Letteratura, che non ha mai vinto, ha vinto invece il Premio Franz Kafka e il Sándor Márai.

Il suo ultimo libro edito in Italia è Storie dell’orrore, uscito nel 2024 per La nave di Teseo nella traduzione di Laura Sgarioto: ambientato in un villaggio ungherese negli anni Sessanta, mette in scena una comunità apparentemente tranquilla che cova desideri, rancori, superstizioni e violenza.

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