Yayoi Kusama è morta, addio alla “regina dei pois” che ha rivoluzionato l’arte cercando l’infinito

È morta a 97 annil’artista Yayoi Kusama, tra i nomi più noti dell’arte contemporanea nipponica, che negli ultimi anni della sua vita, anche grazie ad alcune fortunate collaborazioni con il mondo della moda e a grandi retrospettive in tutto il mondo, era diventata quasi un simbolo del pop. Le sue opere di grandi dimensioni, ricoperte ossessivamente di puntini o di altri elementi ripetuti in serie, sono diventate di culto e hanno raggiunto altissime quotazioni. Nel messaggio con cui il museo a lei dedicato ne ha comunicato il decesso (avvenuto il 14 agosto, a Tokyo) si sottolinea il suo ruolo di “pioniera dell’avanguardia artistica, la cui pratica creativa ha incluso l’arte visiva, le performance, la fantasia e la poesia”, come a voler restituire profondità e spessore a una carriera artistica che, paradossalmente a causa della grande fortuna degli ultimi decenni, aveva finito per essere letta in maniera molto più semplicistica di quanto avrebbe meritato.

Nata nel 1929 a Nagano in una famiglia benestante ma segnata da tensioni familiari, Kusama raccontò nella sua biografia di aver iniziato a disegnare nella maniera che poi le sarà caratteristica, attraverso pattern di punti e reticoli, già da bambina, come strategia per esorcizzare le paure e le angoscie di una lunga vita che sarà segnata da una straordinaria creatività ma anche dal disagio mentale. Come molti giovani della generazione cresciuta durante la Seconda Guerra Mondiale, nell’immediato dopoguerra Kusama si trovò a diventare adulta in un paese distrutto, segnato dalla tragedia nucleare di Hiroshima e sulla via di essere culturalmente “colonizzato” da una crescente influenza degli Stati Uniti. Come per molti altri artisti, architetti, designer nipponici della sua stessa epoca, e in una società in cui il ruolo delle donne nell’arte era ancora minoritario, anche lei ebbe con gli Stati Uniti un rapporto contraddittorio, di attrazione certamente, ma segnato dalla necessità di trovare un modo per esprimere la propria creatività nei propri termini, senza assumere posture artistiche a lei estranee.

Dopo aver studiato pittura a Kyoto, nel 1957 si trasferì negli Stati Uniti, prima a Seattle e poi a New York, dove per sedici anni, nonostante le ristrettezze economiche, divenne un nome di punta dell’avanguardia.

Negli anni Sessanta organizzò happenings con corpi nudi dipinti a pois in luoghi pubblici, in chiave antimilitarista e a sostegno dei diritti civili, e lanciò una linea di moda. Tornata in Giappone nel 1973, scelse di vivere volontariamente in un ospedale psichiatrico di Tokyo, da dove ha continuato a lavorare fino in età avanzata.

Il successo commerciale è arrivato a partire dagli anni Novanta, con le sue zucche – definite “compagne di vita” – e le installazioni a specchio, divenute fenomeno globale anche sui social network. Nel 2016 fu inserita dalla rivista Time tra le cento persone più influenti al mondo, e le quotazioni delle sue opere hanno raggiunto prezzi da capogiro, con un Infinity Net venduta per quasi otto milioni di dollari nel 2019.

Sempre riconoscibile per la parrucca rosso fuoco e gli abiti a pois, ha spesso criticato il maschilismo della cultura giapponese, “pieno di disprezzo per le donne”. Nel 2017 aprì a Tokyo un museo a lei dedicato. “Il mio desiderio – disse allora – è che il futuro luminoso, la bellezza dell’amore e la mia anima vengano tramandati. Amate le mie opere, anche dopo la mia morte”.

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