“La città dei vivi”, la firma dei D’Innocenzo tolta dal film: “Lo hanno cambiato senza il consenso”
I fratelli D’Innocenzo rinunciano alla firma della sceneggiatura di La città dei vivi e aprono un caso proprio nel giorno in cui il film di Edoardo Gabbriellini sull’omicidio di Luca Varani debutta alla Mostra, in concorso nella sezione Orizzonti. “Contrariamente a quanto dichiarato da Edoardo Gabbriellini in merito al film La città dei vivi, abbiamo rinunciato alla firma della sceneggiatura non per una questione legata al tono del racconto o per un nostro malcontento rispetto al risultato del film da lui diretto — cosa che, peraltro, non sarebbe stata possibile per legge — bensì per le modifiche apportate alla nostra sceneggiatura senza il nostro coinvolgimento né, tantomeno, il nostro consenso”, affermano Fabio e Damiano D’Innocenzo in un comunicato ufficiale. I due cineasti ne fanno una questione che riguarda l’intera categoria: “Un diritto, questo sì, previsto dai contratti degli sceneggiatori e del quale vogliamo riaffermare la centralità per l’intera filiera cinematografica”.
La dichiarazione risponde alle parole pronunciate poche ore prima da Gabbriellini, che aveva spiegato in modo diverso l’assenza dei loro nomi dai titoli. “I D’Innocenzo hanno scritto un copione bellissimo. Poi, come accade nella lavorazione di film d’autore, per la fragilità e l’equilibrio sui quali si muovono, io ho applicato il mio sguardo e la mia interpretazione a ciò che avevano scritto. Evidentemente non li hanno condivisi”. Liberamente tratto dal romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia, pubblicato da Einaudi nel 2020, La città dei vivi ricostruisce l’omicidio di Luca Varani, avvenuto a Roma nel marzo del 2016. Gabbriellini sceglie di spostare il punto di vista dai due assassini, Marco Prato e Manuel Foffo, alla vittima, alla sua famiglia e alla vita che precedette l’orrore.
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“Dopo la complessità e la profondità dell’affresco costruito da Lagioia, abbiamo pensato che il modo migliore per portare questa storia sullo schermo fosse cercare un punto di vista più stretto, più intimo, per restituire dignità alla vittima”, spiega il regista. Il film segue Luca come dentro un romanzo di formazione interrotto: “Non possiamo esimerci dal camminare in prossimità dell’orrore. Il nostro tentativo, però, è stato raccontare un ragazzo che non tende necessariamente verso quella cosa, ma attraversa una stagione della vita fatta anche di inciampi. Inciampi che, in alcuni casi, possono condurre a un avvenimento così inspiegabile”.
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Lagioia, che firma il soggetto, promuove il cambio di prospettiva: “Quando ho visto il film sono rimasto molto colpito, mosso sentimentalmente dal modo in cui Edoardo ha ribaltato il punto di vista. Io avevo raccontato quella vicenda soprattutto attraverso i due assassini. Per me è stato come leggere il capitolo mancante del libro”. Lo scrittore sottolinea l’importanza di liberare la figura di Varani dal suo tragico epilogo. “Luca è un ragazzo del quale abbiamo saputo qualcosa soltanto perché è stato ucciso in quel modo. Il rischio era che la sua vita venisse raccontata esclusivamente attraverso la sua morte. Qui, invece, viene raccontato in un altro modo, viene dato risalto alla quotidianità. Non sappiamo quale sarebbe stata la sua vita se non fosse capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato”. Ma il libro e il film costringono anche a guardare l’umanità dei colpevoli. “Ci conviene immaginare i carnefici come mostri, perché se non hanno due braccia, due gambe e una testa come noi non potremo mai essere simili a loro. Purtroppo sono umani, per fortuna sono umani. Il cinema e la letteratura si occupano proprio di questo: farci sentire nella stessa barca”.
Anche il titolo cambia significato. “Sembra benaugurante, poi, a pensarci, se esiste una città dei vivi deve essercene anche una dei morti. Roma è stata raccontata in mille modi, ma nessuno possiede un’interpretazione autentica di una città simile. Non conta che cosa sia la città, ma come tocca le tue corde. Nel film è quella che si risveglia all’alba e riprende la propria vita, come facciamo noi che restiamo dopo un fatto del genere”.
Il dolore di chi resta è affidato anche a Valerio Mastandrea, che interpreta il padre di Luca. “Non vengo chiamato spesso per film tratti da storie reali e ne sono anche contento, perché cerco i personaggi sulle pagine dei copioni. Mi sembra il modo migliore per non speculare sulla realtà e sulle persone vere”. Per l’attore il film permette di oltrepassare il modo nel quale la cronaca ha codificato la vicenda: “Ha acceso delle luci dentro stanze nelle quali i media non sono mai entrati. Spesso questi racconti vengono codificati e ci fa anche comodo vederli così. Il cinema e la letteratura servono, invece, proprio per entrare in quelle stanze”.
Il film esce il primo ottobre con Eagle.
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