Migranti, Piantedosi smentito: dai Balcani arrivi aumentati del 31%. Ecco i dati
Cosa succede davvero alla frontiera ritornata con la Slovenia? Secondo il ministro Matteo Piantedosi, il ritorno di controlli, garitte militari e agenti al valico di Fernetti avrebbe portato a un calo del 28 per cento degli arrivi. Peccato che, solo a Trieste, la rete dell’International Rescue Committee e la Diaconia Valdese registrino un aumento del 31 per cento.
Una tendenza al rialzo iniziata nel secondo trimestre dell’anno e proseguita nel corso dell’estate. Non si tratta di stime o proiezioni, ma di persone realmente incontrate. Per lo più si tratta di afghani, sia adulti che adolescenti soli, in fuga dal regime dei taleban, ma in crescita appare anche la percentuale di donne sole che arrivano in Italia, con una crescente presenza di cinesi. Una conferma che arriva anche dal ministro dell’Interno sloveno, Franci Matoz che solo qualche giorno fa ha parlato di un aumento dei transiti registrati, che non trova riscontro nelle richieste di asilo. Traduzione: persone che la Slovenia solo la attraversano.
Perché tanta differenza? Il Viminale basa il conteggio su fermi in frontiera, monitoraggi Frontex e i dati che arrivano dalle Prefetture di Trieste, Gorizia e Udine sulle domande di asilo effettivamente presentate. Ma le chilometriche file di fronte alle questure delle principali città nei pressi del confine italo-sloveno, con aspiranti richiedenti asilo costretti a presentarsi quotidianamente per mesi prima di ricevere un appuntamento, anche questo a distanza di mesi, fanno sì che il fenomeno sia largamente sottodimensionato. E soprattutto sia facile raccontarlo come tale.
A Piantedosi, che sulla presunta diminuzione ha fatto leva per rivendicare il mantenimento della frontiera al valico di Fernetti, lo hanno fatto presente gli omologhi di Croazia e Slovenia, dove i controlli transfrontalieri non ci sono più, all’ultimo trilaterale: “Quella frontiera lì non serve”. L’unica cosa che produce – è il non detto – sono problemi alle migliaia di transfrontalieri. E dire che sono governi “amici”, con il medesimo orientamento a destra di quello di Giorgia Meloni. E nello stesso solco si muove il sindaco di Trieste Dipiazza, che un mese fa si è lasciato andare a una pubblica intemerata contro la frontiera, che ha gelato i suoi.
Ma il titolare del Viminale insiste: “Quando ci saranno le condizioni di sicurezza non abbiamo pregiudiziali sul ritorno alla normalità”. In origine, la frontiera con la Slovenia è ritornata nell’ottobre 2023, poco dopo l’inizio del conflitto a Gaza per un presunto “aumento del rischio di infiltrazione terroristica” e da allora ogni sei mesi confermata, a dispetto dei malumori di Bruxelles, come dei vicini. Ma il governo fa orecchie da mercante e prende tempo.
Del resto, senza un confine fisico, sarebbe difficile giustificare il decreto che ad agosto ha trasformato con un tratto di penna Trieste, Udine e Gorizia in “zona di frontiera e transito”, diventato la leva per applicare a chiunque richieda asilo le procedure accelerate che la nuova norma Ue prevede solo per chi “è stato fermato ai confini esterni dell’Ue eludendo i controlli”.
Risultati? Due. Magri. Primo, clamorosi testacoda con le nuove regole che finiscono per essere applicate anche a neomaggiorenni, arrivati anni fa in Italia da minori, che si presentano in questura per convertire il permesso. Secondo, una valanga di annullamenti in tribunale.
Ma a beneficiarne è la statistica, anche al prezzo di tensioni con vicini di casa come la Slovenia. Intanto le file davanti alle questure si allungano, mentre centinaia di persone rimangono per mesi in strada senza assistenza.
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