A che età i bambini imparano a ballare?

Un bambino di pochi mesi ascolta una canzoncina: potrebbe essere “44 gatti” o “Nella vecchia fattoria”. Le manine si muovono, la testa dondola in modo quasi ritmico, i piedini danno calcetti in aria. Possiamo dire che sta ballando? E cosa sta avvenendo nel suo cervello?

A questa domanda ha provato a rispondere uno studio coordinato da Giacomo Novembre, ricercatore dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Roma, pubblicato sulla rivista eLife (T. Nguyen et al., “Development of Auditory and Spontaneous Movement Responses to Music over the First Postnatal Year”, eLife 2025;14:RP107088). Il lavoro, condotto insieme all’Università di Vienna, ha seguito 79 bambini di tre, sei e dodici mesi mentre ascoltavano brani musicali, registrando allo stesso tempo l’attività elettrica del loro cervello e i loro movimenti spontanei. “Da studi precedenti condotti nel mio laboratorio – spiega Novembre – avevamo visto che già nelle prime 48 ore di vita il cervello dei bambini risponde in modo speciale a uno stimolo musicale rispetto a uno stimolo acustico non organizzato. In altre parole, a livello percettivo siamo predisposti a sentire la musica sin dalla nascita”. Ma un conto è ascoltare musica, un conto è muovere il corpo in relazione a quello che si sta ascoltando. Così, nel nuovo studio, i ricercatori hanno voluto esplorare la dimensione del movimento sulla musica: il ballo, la danza, la partecipazione motoria alle melodie che ascoltiamo. “Ballare fa parte della cultura umana: le prime testimonianze (strumenti e pitture rupestri) risalgono al Neolitico. La nostra domanda era: in quale fase dello sviluppo dell’essere umano si acquisisce questa capacità?”.

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Il cervello è pronto alla musica

Per capirlo i ricercatori hanno misurato in modo sistematico i movimenti spontanei di bambini di 3, 6 e 12 mesi. Ai piccoli, continua Novembre, sono state fatte ascoltare delle canzoncine in due versioni, una normale e una shuffled, dove cioè la sequenza melodica era stata alterata e i tempi tra una nota e l’altra non erano più quelli originali. L’attività cerebrale dei bambini era misurata con l’elettroencefalogramma. Il risultato più netto riguarda la capacità di riconoscere la struttura musicale: fin dai primi mesi di vita il cervello sembra “accorgersi” che una sequenza di note ha una logica, e presta più attenzione a questa rispetto a un insieme di suoni casuali. Con l’età, questa risposta cerebrale diventa anche più rapida e più marcata: a dodici mesi assomiglia già, per tempistica e forma, a quella osservata negli adulti.

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Il corpo, invece, aspetta

Se il cervello sembra pronto fin da subito, il corpo segue invece un percorso più lento. I ricercatori hanno filmato i bambini durante l’ascolto e, grazie a un software di riconoscimento automatico del movimento (lo stesso tipo di tecnologia usata in alcuni studi sul comportamento animale), hanno scomposto i loro gesti in dieci categorie fondamentali: dal dondolio avanti e indietro, all’oscillazione laterale, fino al “proto-battito” delle mani o al movimento delle gambe. Ebbene, solo i bambini di dodici mesi si muovevano visibilmente di più quando ascoltavano la musica vera rispetto a quella rimescolata (shuffled), e lo facevano soprattutto con la parte superiore del corpo: tronco, braccia, mani. A tre e sei mesi, invece, non c’era alcuna differenza misurabile: i più piccoli si muovevano più o meno allo stesso modo, che la musica avesse senso oppure no. È insomma uno sviluppo asincrono: l’orecchio impara a riconoscere la musica quasi da subito, mentre il corpo, per imparare a rispondergli davvero, ha bisogno di molto più tempo. “Muoversi precisamente al ritmo di una musica è una caratteristica che emerge molto molto più tardi, verso la tarda infanzia o addirittura la primissima adolescenza. Persino tra i ragazzi la coordinazione non è ancora definita come quella degli adulti: è una capacità richiede un lunghissimo percorso evolutivo”. Questo scarto temporale, secondo i ricercatori, è dovuto allo sviluppo della via uditiva dorsale, che collega le aree che elaborano il suono con quelle che programmano il movimento, e che continua a maturare per mesi dopo la nascita.

I suoni acuti che ricordano la mamma

Lo studio ha testato anche l’effetto dell’altezza dei suoni, confrontando versioni delle stesse canzoni con un tono più alto o più basso. “Quello che emerge – spiega Novembre – è che i bambini sembrano muoversi preferibilmente sui toni più acuti, a differenza degli adulti che invece si scatenano in pista quando il brano ha una pulsazione di bassi netta e importante”. Che il cervello dei bambini risponda in modo più intenso ai suoni acuti si osserva soprattutto a sei mesi di età. “Forse perché – continua il ricercatore – è in questa finestra temporale che i genitori si rivolgono ai bambini in una interazione faccia a faccia particolarmente intensa, e i suoni acuti sono una caratteristica tipica del modo in cui gli adulti, e le mamme in particolare, parlano e cantano ai neonati”.

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Resta da capireperché l’istinto musicale si sia evoluto nella specie umana e non altrettanto in alcuni primati non umani come macachi e scimpanzé. “La ricerca è divisa tra due teorie – conclude Novembre – la prima vede musica e canto come sostituto sonoro del contatto fisico madre-bambino, nato quando il bipedismo ha reso necessario lasciare i piccoli a terra durante altre attività; la seconda lo collega al rafforzamento della coesione sociale, supportata da ricerche che mostrano come sincronizzare i movimenti con un’altra persona aumenta la fiducia reciproca”. I prossimi studi saranno volti a seguire i bambini oltre il primo anno di vita, per capire quando emerga una vera capacità di andare a tempo con la musica.

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