Dipendenze digitali, la comoda idea che sia tutta colpa dei genitori
Vorrei capire che cosa dovrebbe fare un genitore quando uno psicologo gli dice che le dipendenze digitali non esistono. Tornare a casa, guardare suo figlio che ha smesso di dormire regolarmente, di studiare, di incontrare gli amici, e convincersi di aver sbagliato domanda? È una posizione che continuo a incontrare nel dibattito pubblico e che mi preoccupa soprattutto quando viene sostenuta da colleghi. A sentirne alcune spiegazioni, tutto si risolverebbe risalendo alle mancanze della famiglia, all’assenza degli adulti, a una relazione che non ha funzionato.
La rubrica – Sguardi
Il ruolo delle famiglie
Le responsabilità dei genitori ci sono, naturalmente: abbiamo dato dispositivi troppo presto e accettato che occupassero spazi che avrebbero avuto bisogno della nostra presenza. Ma da questo a considerare irrilevante il funzionamento dei prodotti che abbiamo messo nelle mani dei figli passa una distanza che qualcuno sembra percorrere con troppa disinvoltura. Alle aziende, una lettura del genere deve sembrare particolarmente conveniente.
Un ragazzo può cominciare a rifugiarsi nei videogiochi o nei social per cercare sollievo da una sofferenza e sviluppare una perdita di controllo che finisce per aggravarla. Occuparsi di ciò che lo ha portato lì rimane essenziale, senza presumere che spieghi tutto quello che accade dopo. L’Organizzazione mondiale della sanità riconosce il disturbo da videogiochi nell’ICD-11, mentre per i social il riconoscimento di una diagnosi autonoma è ancora discusso. Questa distinzione va rispettata, così come va evitato di diagnosticare una dipendenza sulla base delle ore trascorse online.
Lo studio
Nel 2025, però, uno studio pubblicato su JAMA, condotto su 4.285 giovani statunitensi, ha associato gli andamenti elevati o crescenti dell’uso dei social con caratteristiche di dipendenza a un rischio di comportamenti suicidari più che doppio rispetto agli andamenti bassi. Non dimostra che i social ne siano la causa, ma richiama l’attenzione su comportamenti precisi: non riuscire a interrompersi, usare in modo compulsivo, provare disagio quando non si può accedere. Il tempo complessivo davanti agli schermi misurato all’inizio dello studio non mostrava la stessa associazione.
I rischi dello scroll
Per chi si occupa di salute mentale dovrebbe essere una ragione sufficiente per approfondire, anche mentre si discute come definire questi quadri. In questa valutazione deve entrare anche l’ambiente nel quale quei comportamenti si sviluppano. L’American Psychological Association ha richiamato i rischi dello scorrimento infinito e delle notifiche per ragazzi che stanno ancora maturando la capacità di controllare gli impulsi.
Chiedere ai genitori di educare è giusto, aspettarsi che riescano a compensare qualsiasi scelta delle piattaforme è una pretesa che assolve troppo facilmente chi quelle scelte le compie. La Commissione europea, nel febbraio 2026, ha contestato in via preliminare a TikTok proprio il design capace di favorire un uso compulsivo, ritenendo insufficienti anche le misure di controllo parentale esaminate.
Usa e Australia
Negli Stati Uniti, l’accordo con Meta annunciato ad agosto come soggetto all’approvazione del tribunale prevede limiti d’uso e restrizioni alle notifiche per i minori; l’Australia impone alle piattaforme interessate di adottare misure per impedire agli under16 di aprire o mantenere un account. Sono interventi discutibili e da valutare nei risultati, ma riconoscono che alle famiglie non si può chiedere di sostenere da sole tutto il peso della prevenzione. In Italia abbiamo affrontato questi temi alla Conferenza nazionale sulle dipendenze del 7 e 8 novembre 2025.
Le dipendenze
Ho presieduto il tavolo tecnico-scientifico dedicato alle dipendenze digitali nel percorso promosso dal Dipartimento delle politiche contro la droga e le altre dipendenze, lavorando sulla prevenzione e sulla presa in carico. È anche da questa esperienza che nasce la mia intenzione, come presidente dell’Ordine degli Psicologi delle Marche, di chiedere al Consiglio nazionale e agli altri Ordini territoriali una conferenza di consenso con società scientifiche, università e professionisti dei servizi. Ci servono riferimenti condivisi per distinguere uso intenso, uso problematico e disturbo, valutare le condizioni psicologiche associate e scegliere gli interventi sulla base delle evidenze disponibili, dichiarandone i limiti.
I pediatri
La Società italiana di pediatria ha già elaborato raccomandazioni sul digitale rivolte a professionisti e famiglie; credo che la nostra professione debba assumersi un impegno altrettanto concreto. Quando interveniamo pubblicamente, tra chi ci ascolta c’è anche un padre o una madre che sta decidendo se chiedere aiuto. Possiamo spiegare che il quadro è complesso, che bisogna capire meglio, che una diagnosi richiede una valutazione. Dire che il problema non esiste, e poi attribuirne la colpa a loro, difficilmente li aiuterà a entrare in uno studio.
Giuseppe Lavenia è psicologo, psicoterapeuta e docente universitario. Da oltre vent’anni si occupa di adolescenza, relazioni, benessere psicologico e impatto delle tecnologie sulla vita quotidiana. Ha fondato l’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo (Di.Te.)
Condividi questo contenuto:




