Farmaci equivalenti, l’allarme: perché in futuro potrebbero non essere disponibili alcuni medicinali

Costano meno, permettono di curare molte più persone e liberano risorse per finanziare i farmaci innovativi. Ma proprio i medicinali più “accessibili” rischiano di diventare meno convenienti da produrre. È il paradosso che emerge dall’XI Rapporto dell’Osservatorio sui Farmaci Accessibili di Egualia, realizzato con Nomisma e Teha Group. Il comparto continua a crescere: 6,8 miliardi di euro di ricavi, quasi 11.800 addetti diretti e oltre 49 mila considerando anche l’indotto. Ma il dato che accende il campanello d’allarme è un altro: la redditività è scesa al 2,8%, 0,3 punti percentuali in meno rispetto all’anno precedente.

I costi sono aumentati di oltre il 30%

Dietro questa flessione ci sono soprattutto i costi di produzione. Tra il 2020 e il 2024 sono aumentati del 32,1%: le materie prime del 30,9%, i servizi del 34,4%. Finora le imprese hanno cercato di compensare attraverso riorganizzazione, maggiore efficienza e trasformazione dei processi produttivi. “Ma – osserva Lucio Poma, capo economista di Nomisma – in un mercato a prezzi regolati l’efficienza ha un limite e non può assorbire all’infinito l’aumento dei costi. Il rischio, nel tempo, è che si riducano investimenti e disponibilità di alcuni medicinali”.

Perché equivalenti e biosimilari sono così importanti

Il loro ruolo non è soltanto quello di far spendere meno. Tra il 2016 e il 2025 equivalenti, biosimilari e farmaci fuori brevetto hanno generato complessivamente 8,2 miliardi di euro di risparmi, oltre 850 milioni soltanto nel 2025. E le prossime scadenze brevettuali previste tra il 2026 e il 2028 potrebbero liberare altri 1,2 miliardi di euro. In pratica, quando un farmaco perde il brevetto e arrivano sul mercato versioni equivalenti o biosimilari, aumenta la competizione e si riduce il costo delle terapie. Le risorse risparmiate possono così essere utilizzate per nuovi trattamenti e altri bisogni sanitari.

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Due economie del farmaco

Il rapporto di Egualia descrive un mercato sempre più diviso in due. Da una parte ci sono i farmaci innovativi ancora coperti da brevetto, generalmente caratterizzati da prezzi più elevati. Dall’altra i farmaci fuori brevetto, utilizzati in grandi volumi ma con margini industriali molto più ridotti. Nel 2025 la spesa farmaceutica ospedaliera è cresciuta del 5,2%, fino a 13,1 miliardi di euro. I medicinali ancora coperti da brevetto hanno assorbito il 94,7% della spesa ospedaliera, mentre gli equivalenti soltanto il 2,1%. “Il nodo è proprio questo: innovazione e farmaci accessibili svolgono funzioni diverse ma complementari e non possono essere governati esclusivamente attraverso una logica di contenimento della spesa”, dichiara Daniela Bianco, responsabile Health & Life Sciences di Teha Group.

Il problema non è solo economico: riguarda anche le carenze

C’è poi un altro aspetto, diventato particolarmente evidente dopo pandemia e crisi geopolitiche: la dipendenza dell’Europa dall’estero. Tra il 60 e l’80% dei principi attivi utilizzati nei medicinali venduti in Europa viene prodotto fuori dall’Unione, soprattutto in Cina e India. Questo significa che una crisi internazionale, un’interruzione della produzione o problemi logistici possono ripercuotersi direttamente sulla disponibilità dei medicinali. Per questo la sostenibilità delle imprese non riguarda più soltanto i bilanci aziendali, ma anche la possibilità di assicurare ai cittadini la continuità delle cure.

“Non basta guardare soltanto al prezzo”

È il punto richiamato anche dal presidente di Egualia, Riccardo Zagaria: “I farmaci fuori brevetto garantiscono grandi volumi di cura a costi contenuti e liberano risorse per l’innovazione, ma non possono essere governati come se fossero lo stesso mercato dei medicinali innovativi. Dopo anni in cui sono state soprattutto le imprese ad adattarsi, ora dovrebbe essere la governance a cambiare. Investire sui farmaci fuori brevetto non significa soltanto garantire la continuità delle cure e la sostenibilità del Servizio sanitario: significa anche rafforzare la capacità produttiva farmaceutica italiana”. Tra le proposte avanzate ci sono l’adeguamento dei prezzi dei medicinali essenziali quando i costi produttivi ne mettono a rischio la sostenibilità, la revisione del payback sui farmaci fuori brevetto e interventi per ridurre le forti differenze regionali nell’utilizzo degli equivalenti.

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In Italia gli equivalenti sono ancora usati in modo diseguale

Un altro problema resta, infatti, la loro diffusione sul territorio. Il presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco, Robert Giovanni Nisticò sottolinea: “C’è ancora spazio per aumentare l’utilizzo di questi farmaci: la diffusione è inferiore nelle Regioni meridionali, e per colmare questo divario dobbiamo rafforzare informazione e fiducia di pazienti e professionisti sanitari. L’accesso passa anche dalla disponibilità dei farmaci: lavoriamo con tutta la filiera per prevenire le carenze, e gli equivalenti possono garantire la continuità terapeutica quando un prodotto manca. La sfida per Aifa è mantenere un quadro regolatorio rigoroso e trasparente, che tuteli qualità, sicurezza ed efficacia e favorisca un accesso tempestivo e uniforme alle terapie in tutto il Paese”. Il punto, dunque, non è scegliere tra innovazione e risparmio. La vera sfida è riuscire a tenere insieme entrambe le cose: finanziare le nuove terapie senza indebolire quella parte della produzione farmaceutica che ogni giorno garantisce cure diffuse, prezzi sostenibili e disponibilità dei medicinali.

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