I virus “zombie” intrappolati nei ghiacciai con il caldo potrebbero tornare: che cosa rischiamo?
Virus che ‘dormono’ da migliaia di anni, inglobati nei ghiacciai. E che rischiano di riemergere perché quei ghiacciai si stanno assottigliando. Il caldo estremo di questi ultimi mesi sta accelerando il processo di scongelamento del permafrost, lo strato più antico dei ghiacciai, una coltre freddissima che ha intrappolato nel tempo tracce del passato, compresi microrganismi potenzialmente pericolosi. Microrganismi che potrebbero riemergere. Per questo li hanno chiamati ‘virus zombie’, e per questo gli esperti sono in allerta: da tempo stanno studiando microrganismi ripescati dai ghiacci che, almeno sino ad ora, hanno accertato non essere pericolosi per l’essere umano.
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“Ma nessuno può escludere che non lo siano nel futuro prossimo, visto che lo scioglimento dei ghiacciai può effettivamente rivelare microrganismi a noi sconosciuti – spiega Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell’Ospedale Galeazzi Sant’Ambrogio di Milano -. Quello che più preoccupa, se così fosse, sono le ripercussioni che ne deriverebbero sull’ambiente. Se questi virus sopravvivessero stravolgerebbero il sistema biologico e le catene di decomposizione”.
Arrivano dalla preistoria i virus siberiani
C’è un precedente che fa ritenere fondata la tesi della rinascita dei virus dai ghiacci. Uno studio francese di qualche anno fa dell’Università di Marsiglia e Aix en Provence ha isolato nel permafrost della Siberia dei megavirus preistorici che si sono rivelati capaci di infettare organismi unicellulari come le amebe. Ma allo stesso tempo non si sono rivelati in grado di rappresentare un pericolo per forme di vita più complesse.
Un secondo episodio non è stato altrettanto rassicurante: nel 2016 quando, sempre in Siberia, un’ondata di calore ha provocato lo scongelamento di una renna. La carcassa dell’animale, morto decenni prima, ha liberato spore di antrace che hanno avuto ripercussioni negative sulla salute della popolazione locale e causato la morte di un bambino.
Gli studi sull’influenza Spagnola
L’impulso a cercare nel permafrost la presenza di microrganismi risalenti al passato, è arrivato non molto tempo fa. Lo conferma l’epidemiologo Gianni Rezza, docente straordinario di Igiene all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Spiega: “Si è lavorato in questa direzione quando si studiava l’influenza Spagnola. Si analizzavano i corpi congelati delle persone morte per il virus, isolando il patogeno conservato dal ghiaccio”.
“Ovviamente non è detto che il virus rimanga vitale o intatto – sottolinea Rezza-. Nel caso della Spagnola furono trovate sequenze di Dna e di Rna. Anche nel caso del gruppo francese che scoprì i megavirus in Siberia i patogeni risultarono in grado di infettare solo le amebe, non l’uomo. Dal punto di vista scientifico, però, non possiamo escludere del tutto che un virus ibernato possa in qualche misura tornare vitale, replicarsi, infettare animali o anche l’uomo”.
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Pregliasco: “Preoccupa il caso antrace”
“Considerato che il permafrost è un terreno che rimane congelato per almeno due anni consecutivi, ma in questo caso si parla di scongelamento di ghiaccio conservato per millenni, è possibile che un virus o batterio che attacca l’uomo sopravviva”. A parlare è Pregliasco. Che spiega: “Risulta che in laboratorio siano stati riattivati alcuni virus a Dna prelevati dall’Artico e risalenti a 50mila anni fa. Tuttavia è risultato che possono infettare solo amebe, quindi non uomini e animali”.
“Non escludiamo il rischio che una possibile pandemia possa scaturire da un virus preistorico – prosegue Pregliasco -. Parliamo comunque di un’ipotesi non facilmente realizzabile, considerato che il patogeno in questione dovrebbe rimanere integro dopo che si è scongelato, sopravvivere a questo ambiente e incontrare un ospite da contagiare. Ciò che preoccupa sono episodi come il ritrovamento di spore di antrace nella carcassa dell’animale morto in Siberia, cosa pericolosa perché l’antrace è un batterio (usato anche come arma batteriologica) che può causare problematiche respiratorie o diarrea. Normalmente si trasmette attraverso animali, ma se una persona si trovasse in un ambiente contaminato da queste spore potrebbe ammalarsi”.
Se il sistema biologico va in tilt
E poi c’è la ripercussione sul nostro sistema biologico, che per Pregliasco è forse la prima seria conseguenza da considerare nel caso di microrganismi emersi dai ghiacci. “Questi virus, se sopravvivono, possono complicare il sistema biologico e le catene di decomposizione – precisa l’esperto -. Alcuni studi pubblicati su Nature hanno evidenziato 10mila popolazioni virali, in gran parte sconosciute, in grado di attivarsi. E anche se non attaccano direttamente l’essere umano, possono sconvolgere l’ecosistema di virus e batteri presenti nell’ambiente e alterare i cicli in cui i batteri sono coinvolti, ad esempio nella decomposizione, attraverso l’azoto”.
“Il cambiamento climatico dunque può scombussolare l’ambiente microbiologico – conclude Pregliasco -. Così, invece delle attuali specie, come ad esempio l’Escherichia coli, ne vedremmo altre. Ciò provocherebbe effetti come l’aumento della Co2 nell’aria, l’alterazione del ciclo dell’azoto, della produzione di ossigeno e della fertilità del suolo, con conseguenze sulla salute umana. Per questo è importante adottare un approccio One Health, cioè analizzare e affrontare il problema in modo integrato, considerando tutti i suoi aspetti”.
Ciccozzi: “Epidemie poco probabili”
Chi invece guarda con un altro occhio alla possibile emersione di virus zombie dai ghiacciai accelerata dal caldo estremo, è Massimo Ciccozzi, professore di Epidemiologia e Statistica medica dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. “Tutto è possibile, ma da qui a pensare che si inneschi un evento epidemico solo perché un microrganismo si scongela è un’ipotesi un po’ remota – afferma -. Non sappiamo poi se questi virus o batteri si trasmettano da persona a persona oppure da materiale infetto. È vero che le temperature di questi mesi sono alte e che ciò può influire sul processo di emersione di nuovi patogeni, tuttavia ritengo si tratti di situazioni pochissimo probabili. Ho molta più paura di virus come il morbillo o di quelli respiratori se le persone non si vaccinano. Patogeni di cui ora non sappiamo più nulla perché l’Iss non fornisce i dati. Questa è la cosa preoccupante”.
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