Ali Asgari: “Cerchiamo un po’ di luce perché in Iran oltre la guerra c’è ancora la vita”
Un uomo ha deciso di morire, ma prima vuole salutare le persone che ama. E mentre attraversa Teheran, la vita continua ostinatamente a venirgli incontro. È il cuore di Un po’ di luce, il nuovo film del regista iraniano Ali Asgari, ora nelle sale italiane distribuito da Teodora Film. Un racconto intimo e delicato, attraversato dalla realtà di un Paese sospeso tra paura e guerra, ma soprattutto dalla ricerca di quelle piccole cose – una madre che prepara da mangiare, una famiglia a cui tornare, le piante che circondano continuamente il protagonista – capaci di trattenerci al mondo. Asgari lo ha girato mentre i bombardamenti costringevano lui e la troupe a lasciare l’Iran e a proseguire le riprese in Turchia. “Non volevo raccontare una grande speranza”, dice, “ma un po’ di luce che ci permetta di fare un passo avanti”.
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Nel film tornano continuamente i discorsi sugli attacchi di Trump e l’incertezza per quello che potrebbe accadere. Quanto viene dalla realtà di quei giorni?
“La maggior parte dei dialoghi del film viene dalla realtà, perché il film racconta un periodo tra due tragedie. Prima c’era stata la tragedia di gennaio, poi la guerra con gli Stati Uniti. C’era un’incertezza enorme nella società: tutti aspettavano una guerra, ma non sapevano quando sarebbe arrivata. Per me era importante raccontare proprio quel periodo, quell’atmosfera. Tutti parlavano della guerra, erano tristi e nello stesso tempo la aspettavano. In particolare, il dialogo con il portiere viene dalla realtà. Il portiere del mio palazzo, quando mi vedeva, mi parlava sempre di Trump e mi diceva: ‘Devi stare attento perché Trump sta arrivando, le navi stanno arrivando’. Era sempre davanti a una piccola televisione e seguiva tutto quello che succedeva. Alcune delle cose che raccontava erano anche false, perché guardava canali non iraniani, non sempre affidabili. Quando poi è scoppiata davvero la guerra mi ha chiamato e mi ha detto: ‘Te l’avevo detto che sarebbe successo’”.
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Come ha lavorato alla realizzazione del film durante la guerra?
“È stato molto difficile. Avevamo cominciato il film prima della guerra, ma dopo pochi giorni è iniziata. Abbiamo continuato nonostante i bombardamenti, finché un giorno hanno bombardato a circa cento metri da noi. Sono saltate tutte le finestre e la casa ha tremato per cinque minuti. A quel punto ho capito che era impossibile continuare. Siamo stati fortunati perché avevamo già girato le scene esterne. Ho preso tutta la troupe e con due macchine siamo partiti verso la Turchia. La maggior parte degli interni l’abbiamo girata lì. È stata un’odissea”.
Il suo cinema racconta la vita quotidiana iraniana, ma inevitabilmente viene letto anche attraverso la situazione politica del Paese. Che cosa, secondo lei, noi occidentali continuiamo a non capire dell’Iran di oggi?
“Ormai sono abituato a queste domande. Viviamo in Medio Oriente, in una parte del mondo che viene associata continuamente alla guerra e al petrolio, quindi capisco che i media europei vogliano informarsi attraverso qualcuno che arriva da lì. Ma in Iran qualsiasi cosa facciamo diventa politica. Se usi Internet è politica, se prendi un taxi è politica. Qualunque cosa fai diventa politica, anche il cinema. Quando scrivo, in realtà, non parto con l’intenzione di scrivere qualcosa di politico. Voglio raccontare una storia della vita quotidiana, ma alla fine qualsiasi cosa scriva diventa politica. In questo film per me era soprattutto importante raccontare la speranza e la vita quotidiana del popolo iraniano. Noi facciamo yoga, andiamo a teatro, facciamo tutte quelle piccole cose che fanno tutti, ma questa parte della nostra vita non si vede quasi mai. Io volevo raccontarla”.
Nel film le piante diventano quasi un personaggio. Arash vuole morire, ma è continuamente circondato dalla vita.
“Il film parla di qualcuno che vuole uccidersi, ma la vita continua a seguirlo. Dovunque vada è circondato dalle piante, anche la macchina ne è piena. Lui sta scappando dalla vita, ma la vita continua a seguirlo. Credo che oggi, in tutto il mondo, siamo continuamente esposti a notizie terribili. Sentiamo ogni giorno tutte queste cose brutte e finiamo per dimenticare che cosa sia la vita, quale sia il suo senso. Dimentichiamo le piccole cose importanti, la famiglia, aiutare gli altri. Siamo troppo occupati da cose che forse non sono davvero importanti”.
Anche il rapporto con la madre sembra fondamentale, è uno dei momenti in cui vediamo aprirsi una crepa nell’oscurità del protagonista.
“Per me era molto importante raccontare la famiglia, anche perché l’idea viene da qualcosa che è successo tra me e mia madre. Durante i bombardamenti di giugno non stavo bene. La mia casa si trovava in una zona molto esposta. Mia madre mi ha chiamato e mi ha detto: “Vieni da me, mangiamo qualcosa insieme”. Ci ho messo quarantacinque minuti per arrivare. Quando sono entrato, ho visto che era uscita a comprare il pane, aveva preparato da mangiare e aveva fatto il tè. E mentre sentivamo il rumore dei bombardamenti e degli aerei israeliani, noi mangiavamo insieme. Quella cosa è diventata molto importante per me: nonostante tutti questi disastri, c’è ancora la vita. C’è la famiglia. Per me è sempre l’ultimo posto in cui tornare. Quando succede tutto questo, quando tutti ti lasciano, ci sono mia madre, le mie sorelle, la mia famiglia. Volevo dedicare qualcosa anche a loro”.
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Qual è oggi la situazione per i cineasti iraniani? La guerra ha reso ancora più difficile fare cinema?
“Fare cinema è difficile ovunque: servono soldi, una troupe, gli attori. In Iran ci sono però altre difficoltà. Dobbiamo confrontarci con la censura e con la mancanza di finanziamenti per il cinema indipendente. Ma la cosa che trovo più interessante è che anche i registi stanno cambiando insieme alla società. La società iraniana cambia ogni giorno, ogni mese. Se qualcuno è stato in Iran un anno fa e torna oggi, trova un altro Iran. Anche i registi stanno cercando sempre di più di mostrare la realtà della società iraniana. Cinque anni fa nei film non vedevate donne senza velo. Adesso i registi hanno deciso di mostrarle senza velo perché questa è la realtà. Non sarebbe normale mettere il velo a una donna dentro casa. Il regime non è cambiato molto, ma è cambiata la società. Naturalmente dobbiamo sempre considerare che ci sono persone che controllano ciò che accade, soprattutto nel cinema clandestino e indipendente”.
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Quanto costa realizzare un film come questo? E soprattutto: si può ancora raccontare tutto in un film di meno di un’ora e mezza?
“Il costo esatto non lo ricordo perché non me ne sono occupato direttamente, ma non è stato un film costoso. Lo abbiamo realizzato con pochi soldi e grazie a diversi produttori che ci hanno aiutato, ognuno mettendo qualcosa. Non abbiamo avuto finanziamenti dalle grandi fondazioni. E sì, secondo me un film può raccontare tutto in novanta o novantacinque minuti. Molti dei grandi film della storia del cinema durano meno di cento minuti. Negli ultimi anni il cinema è andato invece verso film di tre o quattro ore. Non dico che un film lungo non possa essere bellissimo. Se racconti una storia che attraversa periodi diversi, per esempio, può avere senso. Ma secondo me non ha senso fare un film di quattro ore se non esiste una vera ragione per farlo”.
Il titolo parla di “un po’ di luce”, non di una grande luce. Crede davvero che oggi ci sia spazio per la speranza?
“Ho intitolato il film A bit of light proprio perché non volevo parlare di una speranza enorme. Volevo parlare di un po’ di speranza, di un po’ di luce che ci permetta di fare un passo avanti e poi forse un altro. Soprattutto in Iran, con tutto quello che sta succedendo, non abbiamo più grandi speranze. Ma esistono speranze più piccole e secondo me è importante pensare a quelle per riuscire a continuare a vivere. Per me era importante avere un po’ di luce per continuare la vita, almeno per ora, invece di aspettare soltanto nella tristezza e nella depressione. È una forma di accettazione: accettare la vita nonostante tutte le difficoltà. È anche un concetto che viene da Camus, dal mito di Sisifo. La cosa più importante è accettare e continuare”.
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