Gillian Anderson: “Non mi sento mai sola. Sono un po’ eremita”
La detective del paranormale è diventata la regina dell’horror queer. Gillian Anderson, quasi sessant’anni e oltre tre decenni di carriera, ha vissuto il suo primo Festival di Cannes con Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte. Il film ha inaugurato la sezione Un certain regard, vinto la Queer Palm 2026 ed è nelle sale italiane dal 19 agosto con Mubi. Arriva al termine di un’estate in cui l’horror ha riconquistato il pubblico: Backrooms ha superato i cinque milioni di euro nelle sale italiane, mentre il piccolo Obsession è diventato un successo mondiale. Camp Miasma prosegue il filone, ma lo fa con una variazione d’autore, sensuale e sanguinosa, dello slasher anni Ottanta. A dirigerlo è Jane Schoenbrun, regista e sceneggiatrice transgender statunitense. Anderson interpreta la sopravvissuta di un vecchio film dell’orrore diventato una saga. Ritiratasi dalle scene, vive isolata nel luogo in cui venne girato il primo capitolo. Una giovane regista la raggiunge per convincerla a partecipare al reboot, ma la visita prende una piega intima e inquietante. Realtà e finzione cominciano a confondersi e le due donne vengono risucchiate nell’universo della saga. Per il pubblico Anderson resta soprattutto Dana Scully, il volto razionale di X-Files. Ma da quel personaggio si è liberata da tempo, reinventandosi tra The Fall, Sex Education e The Crown. Ora, dopo avere inseguito alieni e creature misteriose, è lei ad abitare il cuore sommerso dell’incubo.
Che cosa l’ha attirata della misteriosa diva protagonista del film? La sua solitudine?
“Anche se ammette di essere sola, credo che la sua sia una solitudine universale. Ha trovato il modo di stare al mondo che le va bene, non prova pena per sé stessa, non è una vittima. Nel proprio universo è una donna potente. Mi interessava soprattutto la sua contraddizione: forza e vulnerabilità convivono continuamente in lei. È proprio questo a renderla complessa e riconoscibile”.
Hannah Einbinder: “L’horror non è solo un genere ma un atto di amore per tutto il cinema”
Lei la solitudine la conosce?
“No. Non mi sento mai sola. Non credo di avere quella cosa dentro di me. Passo moltissimo tempo da sola e mi piace. Sono un po’ eremita. Ho tre figli, ormai grandi, e naturalmente non sono sempre con me. Lavoro spesso lontano, torno da sola in una stanza d’albergo, e quello per me è un posto felice”.
Per il personaggio ha scelto anche un forte accento del Sud, alla Dolly Parton. Perché?
“Sentivo nella testa un certo tipo di accento del Sud, non so nemmeno se esista davvero esattamente così. Mi serviva per trovare quel miscuglio di forza e vulnerabilità. Quando ha nominato Dolly Parton ho pensato: sì, forse c’è qualcosa. Alcuni accenti del Sud possono essere molto duri, molto assertivi; io cercavo invece una sonorità in cui la vulnerabilità restasse sempre presente”.
Il film parla anche delle nostre inibizioni rispetto al sesso. Lei da anni porta avanti una conversazione pubblica su questi temi. Si sente più libera?
“Dopo Sex Education e dopo i libri che ho fatto, raccogliendo fantasie sessuali anonime inviate da donne di tutto il mondo, è una conversazione di cui faccio parte da parecchio tempo. Per me significa soprattutto demistificare, dire le cose ad alta voce, cercare di eliminare vergogna e paura. Quindi questo film non mi ha introdotto a un discorso nuovo. Ma Jane ci entra attraverso un’esperienza molto diversa dalla mia, con un rapporto con la vergogna e con lo sguardo pubblico che conosco anche attraverso persone molto vicine a me. Trovo straordinario il modo in cui continua a raccontare pubblicamente la propria verità”.
Questa conversazione l’ha cambiata nel modo in cui vive pubblicamente la propria libertà?
“Sì. Non necessariamente per questo film, perché ne parlo da anni, ma essere parte di questa conversazione più ampia ha cambiato il modo in cui mi comporto nello spazio pubblico. Sento una responsabilità nel continuare a parlarne, perché altre persone possano sentirsi più libere e provare meno vergogna”.
Con questo film è stata per la prima volta a Cannes. Dopo una carriera così lunga che effetto le ha fatto?
“Abbastanza folle. Sono nell’industria da moltissimo tempo e Cannes fa parte di quei sogni archetipici che un attore porta da qualche parte nella propria testa. Il fatto che sia accaduta adesso sembra quasi troppo bello per essere vero. E poi questo è un film molto particolare, siamo in un’industria imprevedibile e non voglio caricare questo momento di troppe aspettative. Però è straordinario. È assurdo che io abbia quasi sessant’anni e sia stata la prima volta. Me la sono goduta, mi sento molto fortunata”.
La sua diva in ritiro porta inevitabilmente alla mente Norma Desmond di Viale del tramonto. Come ha evitato di diventarlo?
“Non ne ho la minima idea. Ma non me ne preoccupo.”
Il film è diretto da una regista trans e arriva in un momento politico molto difficile negli Stati Uniti. Quanto conta che una realtà produttiva importante abbia deciso di sostenerla?
“Moltissimo. Da un lato qualcosa sta cambiando: ci sono più sforzi per assumere, sostenere e promuovere le donne. Ma il fatto che Plan B e Mubi abbiano sostenuto davvero una regista trans e questo film non è affatto una cosa piccola. Jane ha raccontato che tutti gli altri lo avevano rifiutato. Ci vuole qualcuno che abbia il coraggio di dire: crediamo in questa filmmaker e la sosteniamo davvero. Poi magari altri guardano e pensano: allora si può fare”.
Quanto le sembra cambiato il rapporto delle nuove generazioni con genere e identità?
“A volte penso che sia quasi darwiniano. Ero circondata da persone della mia generazione che si chiedevano: ‘Se mi fanno questa domanda, quale parola devo usare? Che cosa significa questo?’. I giovani invece sembrano sapere naturalmente come muoversi in queste conversazioni, nello stesso modo in cui sanno usare telefoni e tecnologia senza pensarci. È quasi come se nascessero sapendo già come navigare dentro il discorso sul genere”.
È contenta di essere cresciuta prima dei social media?
“Al cento per cento. Non so come facciano, soprattutto le persone esposte pubblicamente, a orientarsi oggi. È un campo minato. E mi spaventa l’importanza che viene attribuita alla perfezione fisica, oggi esasperata dalla manipolazione continua delle immagini. Mi considero molto fortunata a essere cresciuta in un’epoca in cui tutto questo non esisteva. Non era nemmeno immaginabile”.
Condividi questo contenuto:




