Sergei Loznitsa: “L’apparato creato da Stalin funziona ancora”

Dalle coste dell’Artico ai deserti dell’Asia centrale, dai Carpazi al Pacifico. Mosca, i villaggi della Russia più profonda, il Caucaso, l’Ucraina, i Paesi baltici. Popoli, lingue, religioni e tradizioni diversi, tenuti sotto lo stesso tetto da un’ideologia che prometteva unità. In Imperium, monumentale documentario di 176 minuti presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia, il regista ucraino di origini bielorusse Sergei Loznitsa compie un viaggio nell’Unione Sovietica degli anni Settanta e finisce per parlare della Russia di oggi.

Il film nasce da 482 rulli in Super 16, quasi sessanta ore di immagini girate tra il 1970 e il 1973 da un gruppo di cineasti italiani guidati dall’antropologo e musicologo Diego Carpitella. Tra loro Folco Quilici, Luigi Di Gianni, Giorgio Arlorio, Giuseppe Ferrara, Rudi Assuntino e Gianni Bonicelli. Il materiale, destinato a una serie televisiva sui popoli e i costumi dell’Urss, era rimasto per mezzo secolo negli archivi. A recuperarlo, restaurarlo e digitalizzarlo sono stati l’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, Luce Cinecittà e il Centro sperimentale di cinematografia.

“All’inizio è stata un’avventura – racconta Loznitsa – Avevo visto solo dieci minuti girati a Tashkent, ma dal modo in cui quelle immagini erano state riprese capii di avere davanti un tesoro. Ebbi l’intuizione che in una tale quantità di materiale dovesse nascondersi un film, anche se non sapevo ancora quale”.

La forma è arrivata poco a poco. Dall’estate del 2020, ogni due settimane, il regista riceveva venti o trenta minuti di pellicola appena digitalizzata. Montava i frammenti in piccoli episodi compiuti e intanto cercava un inizio, una fine, una direzione. “La drammaturgia è quella di un viaggio. Parto dal centro dell’Unione Sovietica, da Mosca, entro nella Russia profonda, poi la lascio per attraversare l’Asia centrale, il Caucaso, l’Ucraina e i Paesi baltici, fino a tornare in Russia. È un percorso circolare”.

Imperium non ha voce fuori campo né spiegazioni. Gran parte del suono originale è andata perduta ed è stata ricostruita, rumore dopo rumore, in postproduzione. Restano i volti, i gesti quotidiani, il lavoro, le cerimonie religiose, i costumi che il potere centrale non era riuscito a cancellare. Più il film si allontana da Mosca, più l’ideologia sembra perdere presa e affiorano le identità che avrebbe voluto uniformare.

“È molto strano vedere popoli così diversi vivere sotto lo stesso tetto e sotto un’unica ideologia, completamente estranea alle loro tradizioni culturali e imposta con la forza”. Per Loznitsa l’Urss è stata un impero coloniale che ha sempre rifiutato di riconoscersi come tale: sosteneva le lotte anticoloniali in Asia e in Africa, denunciava l’imperialismo occidentale, mentre esercitava un dominio autoritario sulle repubbliche che la componevano.

A rendere eccezionali quelle riprese è lo sguardo di chi le realizzò. “È un miracolo che abbiano permesso a persone provenienti da un Paese libero di attraversare tutta l’Unione Sovietica con una macchina da presa”. L’immagine ufficiale dell’Urss veniva infatti costruita dagli studi documentari e controllata a ogni passaggio. Ciò che non corrispondeva al racconto dello Stato doveva scomparire.

Loznitsa ricorda il caso di Semën Aranovič, che prese una cinepresa e filmò senza autorizzazione i funerali di Anna Achmatova. “Per questo venne licenziato dallo studio. È un esempio di quanto fosse controllata l’immagine prodotta dal cinema documentario. Autori come Sokurov, Pavel Kogan o Herz Frank erano fenomeni assolutamente unici”.

Cresciuto in Ucraina e da vent’anni residente a Berlino, Loznitsa ha dedicato gran parte del proprio cinema alle immagini che il potere aveva sepolto o trasformato in propaganda. L’archivio, per lui, non è un deposito neutrale: conserva tracce materiali che possono resistere alla continua riscrittura della Storia. In Imperium quelle tracce mostrano che la caduta dell’Unione Sovietica non ha cancellato l’impero.

Il passaggio dal passato al presente, nel suo discorso, è netto. “Se parliamo del regime staliniano e di quello russo attuale, dobbiamo considerare che le persone che vivevano allora e quelle che vivono oggi non sono più le stesse. Dopo la rivoluzione esistevano moltissimi individui che comprendevano l’assurdità e la miseria del nuovo potere. Non potevano essere convinti: potevano soltanto essere distrutti”.

“Stalin costruì un apparato di annientamento che continua a funzionare ancora oggi”, prosegue. Non si riferisce soltanto alla repressione fisica, ma alla propaganda e alle pratiche usate per spezzare i legami sociali, isolare gli individui e impedire la formazione di una resistenza. “In cento anni è cambiato il tipo umano che vive su quella terra. Si chiama ingegneria sociale. Oggi le persone che vivono in Russia non sono in grado di opporsi al potere. Se ci sarà un cambiamento, potrà nascere soltanto da un conflitto di interessi tra le élite”.

Lo sguardo poi si allarga oltre i confini russi. “Il regime attuale ha lo stesso obiettivo: trasformare lo spazio mondiale come Stalin trasformò la Russia. Il compito, oggi, è fermarlo”.

Il discorso arriva inevitabilmente alla polemica su DAU di Ilya Khrzhanovsky, in concorso a Venezia. I ministeri ucraini della Cultura e degli Esteri ne hanno contestato la selezione, definendolo un progetto legato allo Stato russo e alle sue reti d’influenza. La Biennale ha replicato che non è un film russo ma una coproduzione europea e che Khrzhanovsky, oppositore dell’invasione dell’Ucraina, ha lasciato il Paese e rinunciato alla cittadinanza.

Loznitsa rifiuta l’idea che il passaporto possa trasformarsi in una colpa. “Una persona è responsabile di qualcosa che non ha fatto soltanto perché appartiene a una determinata tribù o possiede una certa nazionalità?”. Ricorda gli americani di origine giapponese internati negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e il milione e mezzo di tedeschi sovietici perseguitati da Stalin. “Se rifiutiamo la responsabilità personale e accettiamo quella collettiva, allora dobbiamo cancellare ciò che ci hanno lasciato il Rinascimento e l’Illuminismo”.

La cultura, sostiene, è diventata il bersaglio più comodo. “Provate a combattere contro chi può rispondere. Per esempio, smettete di comprare petrolio e gas dalla Russia. Ma siccome non potete farlo, allora fate la guerra a un film”.

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