Bruno Botticelli: “Alla Biennale dell’antiquariato portiamo un disegno di Michelangelo”
Palazzo Corsini a Firenze torna ad aprire le sue porte alla Biennale Internazionale dell’Antiquariato (BIAF), in programma dal 26 settembre al 4 ottobre. Questa 34ª edizione è segnata da un importante passaggio di consegne: da quest’anno il nuovo Segretario Generale è Bruno Botticelli, già Presidente dell’Associazione Antiquari d’Italia, sostenuto dal predecessore Fabrizio Moretti, che lascia dopo cinque edizioni.
La manifestazione, la più prestigiosa fiera d’arte antica in Italia, si trasforma in un palinsesto culturale diffuso capace di fare sistema con l’intera città. A testimoniare questo legame con il territorio è la presenza di un ospite d’eccezione nel Salone del Trono: un disegno di Michelangelo Buonarroti, il primo progetto per la mai realizzata facciata della Basilica di San Lorenzo. La tavola, concessa da Casa Buonarroti, subito dopo l’esposizione sarà sottoposta a un restauro conservativo finanziato dalla Fondazione CR Firenze e affidato all’Opificio delle Pietre Dure.
Proseguendo nei corridoi barocchi del palazzo si incontrano oltre 80 gallerie italiane e internazionali, che espongono tesori di grande valore: dai dipinti di Canaletto alle sculture di Andrea della Robbia, fino ad arrivare ai “tagli” di Lucio Fontana. Ogni opera è passata al vaglio del vetting, un comitato internazionale di 63 esperti, tra direttori di musei e conservatori, a garanzia di uno standard qualitativo eccellente. È in questo clima, sospeso tra la grande tradizione e un mercato proiettato al futuro, che abbiamo incontrato il neo direttore.
Questa edizione della BIAF segna il suo debutto nel ruolo di Segretario Generale. Qual è l’impronta personale che ha voluto dare a questa Biennale e come si differenzia dalle edizioni precedenti?
Parto dall’ottimo lavoro svolto da chi mi ha preceduto, Fabrizio Moretti e prima ancora Giovanni Pratesi. Ho innestato in questo solco il mio credo personale: la necessità di un rapporto forte con le istituzioni, con i musei del territorio, con la città e con l’intero Paese. Quest’anno, per esempio, esponiamo un disegno di Michelangelo proveniente da Casa Buonarroti: un’operazione resa possibile grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze.
La BIAF è storicamente la “regina” delle mostre d’antiquariato in Italia. In un’epoca dominata dalle fiere d’arte contemporanea, qual è la formula per mantenere Palazzo Corsini un appuntamento imprescindibile per il collezionismo internazionale?
È proprio il nostro legame con la città, che quest’anno si rafforza attraverso l’attenzione all’alto artigianato e al savoir-faire fiorentino. La Biennale sarà pervasa dalle note olfattive del profumiere fiorentino Lorenzo Villoresi, mentre la ristorazione sarà curata dall’Osteria Gucci di Massimo Bottura. Vogliamo recuperare quel rapporto tra “arti minori” e “arti maggiori” che durante il Rinascimento ha reso grande Firenze. Un esempio concreto? Sabato assegneremo il Premio Lorenzo d’Oro all’artista e regista Julian Schnabel per i suoi straordinari film dedicati all’arte, da Basquiat a Van Gogh, fino al suo lavoro su Dante. L’opera fisica del premio è stata realizzata da un maestro argentiere selezionato tramite un concorso.
Firenze vive una costante tensione tra identità storica e pressione del turismo di massa. Che ruolo può svolgere una manifestazione d’élite come la Biennale nel tessuto cittadino?
Lo dico spesso: il rumore dei trolley dalle nostre città non lo toglieremo più. Dobbiamo però produrre un “rumore culturale” altrettanto forte, capace di offrire un’alternativa a chi desidera vivere una città diversa. Non la Firenze del turismo “mordi e fuggi” di tre giorni, ma una città da vivere con calma, dove il tempo torna a essere il bene più prezioso.
Allargando lo sguardo al mercato: che periodo sta attraversando l’antiquariato italiano? L’introduzione dell’IVA ridotta al 5% su cessioni e importazioni ci rende più competivi. Che impatto state registrando?
È un buon momento per l’antiquariato. Naturalmente il settore risente delle congiunture internazionali, ma registriamo una forte riscoperta del pezzo unico. La presenza degli antiquari al Salone del Mobile di Milano, io stesso vi ho partecipato, dimostra quanto l’unicità e la peculiarità di un oggetto siano centrali oggi. Le opere antiche, oltre a essere pezzi unici del nostro manifatturiero storico, possiedono quella bellezza impagabile che solo il tempo sa aggiungere.
Cosa deve fare il settore, al suo interno, per continuare a crescere?
Serve una reale condivisione d’intenti. Le istituzioni hanno dato un segnale importante con l’IVA ridotta e l’innalzamento delle soglie di valore per l’esportazione. Ora tocca al mercato attrarre i giovani: portando le scuole in fiera di fronte a un disegno di Michelangelo, ma anche recuperando un dialogo con la storia dell’arte, che deve riconoscere al mercato un ruolo essenziale nella ricerca. Molti degli studi storici più importanti degli ultimi anni nascono proprio da scoperte fatte sul mercato.
C’è un pregiudizio che associa l’antiquariato a un pubblico nostalgico, di età matura. Esiste davvero un ricambio generazionale tra i collezionisti?
Il ricambio generazionale c’è, ed è accompagnato da un’evoluzione della proposta. Oggi, in qualsiasi fiera del mondo, l’Ottocento e il Novecento hanno conquistato uno spazio enorme. Quando ho iniziato quarant’anni fa, chi trattava il Novecento si occupava di “modernariato”. Oggi i primi del Novecento sono antiquariato a tutti gli effetti e il contemporaneo di oggi sarà l’antiquariato di domani. Ci sentiamo più vicini ai secoli recenti perché sono più nelle nostre corde, ma nulla si perde: tutto si recupera e si reinterpreta.
Come si educa un giovane al fascino dell’antico?
È una sfida complessa in un mondo dominato dal digitale. Nella comunicazione della Biennale abbiamo dovuto riflettere a fondo sul ruolo dei social media: usati in modo tecnico, sono uno strumento indispensabile per intercettare i giovani. Ma la vera chiave è rendere queste manifestazioni diffuse e identitarie per la città. Pensi al Salone del Mobile a Milano: crea un’atmosfera partecipata in cui tutti si sentono coinvolti, anche chi non comprerà mai un mobile di design. Il messaggio che vogliamo far passare è che quello che offriamo è il lusso della conoscenza e del tempo. Sono opere costose, certo, ma raccontano la nostra storia comune: a differenza di altri oggetti di lusso, il loro valore risiede nella cultura che portano con sé.
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