Stress da rientro, come gestire il ritorno dalle vacanze

Come tutte le cose belle, anche le vacanze finiscono. Cosa succede al rientro? Il temuto scenario del ritorno dalle ferie (per chi se le è potute permettere) è un momento di transizione che per molti lavoratori si trasforma in una fonte di stress acuto, la cosiddetta post-vacation syndrome: in pochi giorni, la sensazione di “leggerezza” e di ricarica energetica sembra svanire, sostituita da ansia, stanchezza e una sottile indifferenza verso la routine quotidiana, e affrontare il ritorno al lavoro con troppa angoscia rischia di far disperdere il patrimonio di salute fisica e mentale faticosamente ricostruito durante le settimane di ferie. Più che cercare (invano) di prolungare artificialmente l’illusione della vacanza, però, la chiave per evitare di farsi “inghiottire”, ci dicono gli esperti, sta nell’imparare a integrare strategicamente nella vita di tutti i giorni quello che ci ha fatto bene.

Maggiori benefici se si va in ferie ogni due mesi? La scienza spiega come ‘staccare la spina’

“Il rientro dalle vacanze – spiega David Lazzari, ex presidente nazionale dell’Ordine degli Psicologi e presidente di Benèpsys (Osservatorio Benessere Psicologico e Salute) – non va letto come un piccolo trauma, ma come un nuovo adattamento. In ferie cambiano i ritmi, diminuiscono molte richieste quotidiane e aumentano alcune risorse: sonno, movimento, relazioni, tempo per sé, minore pressione organizzativa”.

Alla ricerca del relax perduto

Per molto tempo la letteratura scientifica ha descritto le vacanze come un palliativo temporaneo, destinato a dissolversi rapidamente. Una meta-analisi pubblicata nel 2009 sul Journal of Occupational Health aveva analizzato gli effetti delle ferie sulla salute e sul benessere dei lavoratori, suggerendo che i (modesti) benefici iniziali tendessero a svanire in tempi rapidissimi, solitamente entro due o quattro settimane dalla ripresa del lavoro: questo fenomeno, noto come fade-out, faceva sembrare il periodo di lavoro quasi ininfluente sul lungo termine. Tuttavia, le ricerche più recenti hanno ribaltato questa prospettiva: una nuova e vasta meta-analisi pubblicata nel 2025 sul Journal of Applied Psychology ha riesaminato la questione utilizzando un bacino di dati molti più ampio, comprendente 32 studi e 256 dimensioni dell’effetto. I ricercatori hanno scoperto che le vacanze hanno in realtà un effetto ampio e significativo sul benessere dei dipendenti e che, soprattutto, questo effetto non svanisce così rapidamente come si pensava in precedenza: l’effetto di questa persistenza risiede nelle specifiche attività svolte in ferie, dal momento che lo studio evidenzia che sia attività fisica che e riposo (quindi, sia che si scelga una vacanza “attiva” che una “di relax”) sono in assoluto i fattori più benefici per migliorare e mantenere il benessere psicofisico nel tempo.

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L’esperimento su noi stessi

Per capitalizzare questi benefici al rientro, bisogna anzitutto cambiare il nostro approccio cognitivo al riposo. “La domanda utile in questo caso”, sottolinea Lazzari, “non è soltanto ‘come faccio a mantenere i benefici delle vacanze?’, ma soprattutto ‘cosa, durante le vacanze, mi ha fatto stare meglio?’”. Questo approccio “introspettivo” trova fondamento nei dati di un’imponente meta-analisi del 2023, pubblicata sul Journal of Business and Psychology e condotta su quasi 100mila partecipanti, che ha indagato i meccanismi attraverso i quali le “esperienze di recupero” influenzano la salute: i risultati mostrano che il rilassamento e le esperienze di padronanza (cioè imparare e dedicarsi a qualcosa di nuovo e gratificante al di fuori del lavoro) sono correlati positivamente alla soddisfazione di vita, al benessere generale e all’impegno lavorativo. Al contempo, il puro distacco psicologico (riuscire a non pensare ai compiti professionali) agisce come scudo, riducendo l’esaurimento emotivo, lo stress e il conflitto tra lavoro e famiglia. “Per questo”, prosegue l’esperto, “le vacanze possono diventare quasi un piccolo esperimento naturale su noi stessi: togliamo alcune richieste, recuperiamo alcune risorse e possiamo osservare che cosa cambia. Per qualcuno farà la differenza dormire di più, per altri camminare, stare all’aperto, avere meno appuntamenti o non controllare continuamente telefono ed e-mail”.

La trappola del rientro “a interruttore”

La teoria dello “sforzo-recupero” ci insegna che l’esposizione continua alle richieste lavorative, se non bilanciata da un recupero completo, trasforma reazioni di stress acute e del tutto normali (come l’aumento della frequenza cardiaca) in problemi cronici e sistemici, che possono includere ipertensione, affaticamento prolungato e disturbi del sonno. Il vero pericolo dei rientro risiede proprio nel modo “brusco” in cui reintroduciamo i carichi: “Naturalmente”, dice Lazzari, “non possiamo vivere tutto l’anno come se fossimo in ferie. Ma possiamo evitare il rientro ‘a interruttore’, nel quale in ventiquattr’ore ripristiniamo esattamente gli stessi ritmi che ci avevano portato stanchi alle vacanze”. Tornare operativi al massimo regime dal primo giorno, riprendendo le stesse abitudini stressanti, rischia di annullare lo sforzo di ricarica fatto dal nostro organismo: la strategia vincente, allora, è la gradualità, unita alla conservazione selettiva delle buone pratiche: “Il consiglio”, conclude lo psicologo, “è quindi di scegliere una o due cose da salvare: un po’ di movimento, qualche spazio non programmato, meno reperibilità continua, un tempo realmente dedicato alle relazioni o ad attività piacevoli. Le vacanze ci ricordano soprattutto una cosa: il recupero non è il premio che ci concediamo dopo esserci esauriti, ma una componente necessaria dell’equilibrio durante tutto l’anno. E se dopo pochi giorni dal rientro ci sentiamo esattamente come prima di partire, forse la domanda non è soltanto se le vacanze siano state troppo brevi. Può essere utile chiederci se la vita alla quale siamo tornati abbia bisogno di qualche correzione”.

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