Fabri Fibra: “Il mondo oggi è un duty free. Il rap si è adeguato ma il messaggio resta”
E’ il primo rapper italiano a ottenere il Premio Tenco alla carriera, il riconoscimento più ambito nell’ambito della rassegna sanremese. Fabri Fibra ha appena compiuto 50 anni, ma il suo sguardo sul mondo non è per niente invecchiato. Al Teatro Ariston di Sanremo, nella serata finale del Premio, ha duettato con Frankie Hi-nrg mc (anche lui premiato alla Carriera) in Autodafé e poi ha proposto la sua versione de L’Avvelenata di Francesco Guccini, per un omaggio al cantautore scomparso ad agosto, e il singoloGoya uscito in estate in cui duetta con i Pinguini Tattici Nucleari. Prima dello show ha incontrato la stampa per parlare del premio, del suo recente album con Neffa, degli scontri di piazza degli ultimi giorni e dello stato di salute del rap.
Che effetto fa essere premiato alla carriera in uno spazio protetto come il Tenco, solitamente riservato ai cantautori?
“Non sono stupito. I segnali della crescita del rap come musica d’autore sono sotto gli occhi di tutti da anni. È cresciuto il pubblico, sono cresciuti i budget, i contratti, la presenza nelle classifiche. Sono cresciuti anche i rapper e mi sembra naturale che cresca la credibilità del genere. Quello che sta arrivando al Tenco è il rap conscious, quello che più si avvicina al cantautorato, quando è accompagnato dalla credibilità, che è il superpotere dell’artista”.
Ha detto che fa musica per quarantenni. Che cosa intende dire?
“Quando ho iniziato facevo dischi che erano quasi l’11 settembre della discografia, erano tutta provocazione. Poi, superati i 40 anni, non potevo più usare certi vocaboli e ho dovuto trovare altri linguaggi e altre metafore. A un certo punto è stata attaccata molto la trap. Ma quella è una musica fatta da ventenni per quindicenni, un po’ infantile nei contenuti e va bene così. Ma un quarantenne che va al lavoro non ascolta quella musica: in macchina, sulla metro, a casa, ascolta altro. Io voglio fare musica per quelle persone: cerco di raccontare chi affronta ogni giorno la realtà”.
Secondo lei il rap ha perso la carica antagonista di qualche anno fa?
“Il prezzo che ha pagato il rap è stato adeguarsi un po’ al sistema e perdere il suo aspetto più pericoloso e scorretto. Però il messaggio resta: non serve una preparazione culturale o musicale eccezionale. Se hai una storia forte da raccontare e sai dirla, puoi farcela. È vero, il rap di oggi è più innocuo rispetto a quello di vent’anni fa, ma dipende sempre dall’artista e da quanto riesce a non farsi comprare”.
Lei è sempre stato attento alla cronaca e alle trasformazioni della società. Che idea si è fatto degli scontri piazza degli ultimi giorni?
“Mi stupisco sinceramente che siano esplose soltanto adesso. Quando avevo ventun anni lavoravo in un’azienda in provincia per 1.200 euro e avevo già capito che il sistema era truccato. Oggi, dopo venticinque anni, uno stipendio è arrivato a 1.800 euro. E cosa ci fai? Io abito a Milano, nella media mille euro se ne vanno per l’affitto. C’è il carovita, c’è una pressione sociale enorme. Devi avere il telefono, devi uscire, devi pagarti la vita sociale. I soldi non bastano. Ecco perché scendono in piazza i ventenni: a vent’anni hai meno da perdere. E poi a trenta molti sono già rassegnati”.
Comprende quindi la rabbia dei giovani?
“Non posso pretendere di capire fino in fondo un ventenne. Però io sono cresciuto con Berlusconi che mi parlava del Milan e della figa e mi faceva credere che tutto fosse possibile, che la festa fosse fuori: ‘Trovati un lavoro, ce la farai, devi crederci, fai l’imprenditore’. Io, nella società normale, un ruolo normale non l’ho trovato. Per fortuna la musica mi ha dato questa possibilità. Oggi un ventenne cresce con i social, con la pressione di essere continuamente giudicato e in una società nella quale i giovani vengono sfruttati soprattutto per farli spendere. La vita è diventata un duty free totale: esisti solo se spendi. Quindi non posso pretendere di capirli, però li rispetto, perché rispetto la loro rabbia. E in parte li capisco anche perché vengo dalla provincia e, arrivando a Milano, non ho mai respirato un attimo. Ho sempre faticato per stare al passo con la città, avrò fatto più di quindici traslochi. Appena riuscivo a guadagnare qualcosa in più, passavo dal monolocale al bilocale, fino ad arrivare a un trilocale. Tutto quello che ho l’ho sempre sudato e questo mi ha tenuto a contatto con la realtà”.
In alcune manifestazioni di questi giorni si è ascoltata anche “In Italia”, il suo brano del 2008. Che effetto le fa vedere che, a distanza di tanti anni, conserva ancora questa attualità?
” In Italia l’ho scritta in un momento incredibile anche dal punto di vista della carriera. Avevo questo provino ma non avevo nessuno che potesse cantare il ritornello, quindi me l’ero cantato io ed era rimasto un pezzo tra i tanti. Poi Gianna Nannini disse in un’intervista che le piaceva la mia musica. Così sono andato da lei e le ho detto: “Se canti questo ritornello viene fuori una cosa tipo i Rage Against the Machine”. Quando lo ha registrato non potevo crederci. Quanto al testo, quando la canzone uscì, nel 2008, mi dicevano: “Come sei tragico”. Quando è uscita la nuova versione, nel 2024, mi hanno detto: “Entusiasta, eh?”. Ma già allora raccontavo un sistema nel quale una persona deve chiedersi quanto dovrà faticare per non finire a lavorare dieci ore al giorno in fabbrica per 1.600 euro, o quanti pacchi dovrà consegnare per non essere tentata di guadagnare di più spacciando. Evidentemente quella realtà è ancora attuale”.
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Torniamo alla musica. Lei ha da poco pubblicato un disco con Neffa intitolato “Zarathustra Style”.
“Neffa è stato uno dei primi a mescolare rap, cantautorato ed emotività. Quando ho iniziato è stato il primo a dirmi che secondo lui avevo qualcosa. Mi ha prodotto il primo disco nel 2001. Ci siamo ritrovati nel 2025 e abbiamo deciso di fare un album insieme. In un anno e otto mesi ci siamo visti solo tre volte, per tre sessioni intense che sono bastate per fare ventitré pezzi. Niente featuring, niente singolo, niente video. Una follia. Ma credo sia il momento giusto per fare cose fuori dagli schemi. Siamo tutti nauseati dagli algoritmi e dalle strategie. Tanto che non sono nemmeno sicuro che porteremo mai questo disco in una dimensione live”.
A Sanremo non è mai venuto al Festival.
“In realtà dovevo venirci nel 2024 per duettare con Baby Gang proprio con la nuova versione di In Italia. Era stato lui a propormelo, perché sarebbe dovuto venire a Sanremo in gara e, per la serata delle cover, mi aveva detto: “Vorrei fare In Italia con te”. Allora avevo pensato che sarebbe stato bello riscriverla tutta e chiamare anche una voce, facendo qualcosa di completamente diverso. Così abbiamo coinvolto Emma. Quello avrebbe dovuto essere il mio arrivo all’Ariston. Poi Baby Gang ha avuto guai con la giustizia e non l’hanno più preso. Ma io gli ho detto: “Senti, la canzone registriamola comunque”. Quando abbiamo registrato il brano e girato il video, lui era già ai domiciliari. Emma ha rifatto il ritornello ed è stata incredibile”.
Quindi il Tenco è il suo debutto all’Ariston.
“È una sensazione strana, perché questa città e questo palco sono leggendari. Però l’anno scorso ho incontrato Guccini e gli ho chiesto se fosse mai andato in gara al Festival. Mi ha risposto: “No, io faccio un altro lavoro”. Questo è lo spirito con cui affronto quel palco”.
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