Art Basel Paris chiude prima per proteste ma gli affari resistono

Alla sua quinta edizione in Francia, la prima affidata alla direzione di Karim Crippa, Art Basel Paris riduce la durata della manifestazione e chiude le porte in anticipo, rinunciando alle giornate conclusive di sabato 24 e domenica 25 ottobre, privando galleristi, collezionisti, visitatori, operatori, curatori delle due giornate di maggior affluenza. È il risultato, assai amaro, dei crescenti allarmi legati alle proteste di piazza annunciate per sabato nella capitale francese. Certo non è stata una decisione presa a cuor leggero, ed è maturata «in ragione delle possibili manifestazioni a Parigi durante il fine settimana, e per garantire l’incolumità dei nostri visitatori, espositori, partner, collaboratori e delle opere d’arte», come si legge nella stringata comunicazione inviata a 211 espositori provenienti da 41 diversi paesi, quasi 30 dei quali qui per per la prima volta sotto le vetrate del Grand Palais.

Esordio amaro anche per Karim Crippa: nato a Zurigo e cresciuto a Losanna, non ha nemmeno 40 anni, 37 per la precisione. Vincenzo De Bellis, chief artistic officer e direttore di tutte le fiere del marchio Art Basel sparse nel mondo, lo ha descritto come la figura «in grado di assicurare lo sguardo di un curatore, la precisione di un esperto comunicatore e una conoscenza profonda di ciò che ha fatto di Parigi una città imprescindibile nella vicenda dell’arte moderna e contemporanea». Ancorato al lavoro «instancabile» fatto dalle gallerie francesi per recuperare ruolo e prestigio da un lato, e dall’altro naturalmente tenuto a uno sguardo che spazi nei diversi continenti, il suo compito si è rivelato ancora più gravoso: non solo i segnali che giungono la mercato dell’arte – a queste altezze e a queste valutazioni – restano contraddittori. Ma anche i travagli che circondano la fiera, e ci circondano ovunque ormai, sono incontrollabili.

Tutto è già successo nelle giornate di preapertura

Per una fiera del valore economico di Art Basel Paris, e dei valori delle opere esposte, tuttavia, gli scambi avvengono nelle primissime ore, prima dell’apertura al pubblico, avvenuta venerdì scorso, nelle affollatissime preview e anteprime a inviti. E l’elenco delle opere passate di mano non è breve. Le sezioni allestite nella platea e i ballatoi del Gran Palais erano tre: “Galleries”, la sezione principale, ha riunito gallerie affermate, super affermate, in altro termine, l’hype della fiera; “Emergence” era dedicata alle gallerie e agli artisti emergenti, con 16 solo show; “Premise”, infine, si è concentrata su progetti curatoriali radicati nella storia e critica dell’arte, in dialogo con il contemporaneo. Quindi è ora di scorrere l’imperdibile esposto ad Art Basel Paris 2026, elenco fatalmente incompleto, visto il numero quasi inaffrontabile di opere eccelse in vendita.

On Kawara, Richter, Baselitz, Boetti.

Nel 1966 l’artista giapponese On Kawara (1932-2014) ha dato avvio a una serie di dipinti intitolati “today”, monocromatici, la cui unica aggiunta era la data in cui erano stati realizzati. La maggior parte di essi è inserita in una scatola artigianale, che contiene un frammento del giornale del giorno. Thomas Zander, gallerista con sedi a Colonia e a Parigi, ne propone dodici, da “11 Jun. 68” a “Sept. 4, 1979). Occupano l’intera parete, allineati; nella teca sottostante sono esposte le scatole. Mai visti così tanti, tutti assieme, e non in un museo. La galleria Tornabuoni ha presentato per la prima volta insieme due arazzi del 1975, parti del ciclo de “I mille fiumi più lunghi del mondo” di Alighiero Boetti. Creati in collaborazione con la moglie, Annemarie Sauzeau, tra il 1970 e il 1982, ne esistono soltanto sei. Tre sono conservati rispettivamente al MoMA di New York, al Museo d’arte moderna di Francoforte e alla Collezione Ringier a Zurigo. Dei tre ancora in collezione privata, due sono stati riuniti da Tornabuoni per Art Basel Paris e, nel giro di pochissime ore, venduti ad altrettanti collezionisti.

Sono apparsi molti dipinti di Georg Baselitz, scomparso il 30 aprile scorso. White Cube, che ha sedi a Londra, Parigi, New York, Hong Kong, Seul, ne ha proposti due: “Ein Werktätiger”, del 1967 e della serie “Heldenbilder” (Eroi), con la figura umana non ancora capovolta, e “Gold ohne Hemd”, su fondo d’oro, del 2025. Sempre White Cube, oltre a aver esposto un suo dipinto in fiera, ha fatto sì che le sculture monumentali di Tracey Emin (tra cui “I lay here for you” e “I Will Not Be Alone” siano state collocate al Trocadéro.

Thaddaeus Ropac, con sedi a Londra, Parigi, Salisburgo, Milano e Seul, ha venduto il suo Baselitz, 2019, per 800 mila euro. Hauser & Wirth ha valutato 10 milioni l'”Eroe” in suo possesso, e cioè “Der Hirte”, dipinto da Baselitz nel 1965, e altrettanti chiedeva per “Rokokotisch” (1965) di Gerhardt Richter.

Altra galleria stellare, Acquavella di New York e Palm Beach: ha riproposto lo “Studio per il ritratto di John Edwards” di Francis Bacon, 1986, e una figura femminile di Alberto Giacometti del 1947, ricomponendo così una relazione che già la Fondazione Beyeler indagò con una mostra del 2028.

Il mito di Parigi: Modigliani, Cézanne

Pace Di Donna Schrader, nuova galleria di New York attiva sul mercato secondario (cioè delle opere d’arte con già un passato di compravendite), ha proposto al prezzo di circa 100 milioni un raro “Nudo disteso (Lolotte)” di Amedeo Modigliani. Venne esposto nella prima e unica mostra personale realizzata da Modigliani in vita, nel 1917, alla galleria Berthe Weill. Parigi, naturalmente. Acquistato nel 1920, è rimasto in possesso della stessa famiglia fino ai giorni scorsi.

Paul Cézanne è celebrato nello stesso Grand Palais con una mostra, “Cézanne e noi”, che ne ricostruisce l’influenza e i lasciti nell’opera di artisti come Picasso, Matisse, Mondrian, Joan Mitchell, Bridget Riley e Peter Doig. Ma fino a venerdì sera scorso Cézanne era anche ad Art Basel Paris. La galleria Luxembourg + Co ha esposto “Une lecture de Paul Alexis chez Zola” (1869–70), quadro appartenuto allo scrittore Émile Zola fino alla fine dei suoi giorni.

La quadreria di Ugo Rondinone

Eva Presenhuber, di Zurigo, ha affidato lo stand a Ugo Rondinone, artista svizzero di nascita ma attivo a New York, il quale, nella doppia veste di artista e curatore, ha riunito una quadreria – dipinti e sculture – di quarantuno artisti seguiti dalla galleria, di generazioni diverse, di linguaggi diversi, di materiali diversi, eppure qui voci di una intonata polifonia, e al centro ha collocato una propria scultura, “red black nun”, 2020. La mostra ha come titolo “Silenzio”, perché, spiega Rondinone, «il silenzio e le voci non sono l’uno l’opposto delle altre, ma due interdipendenti forme di presenza».

Il Public Program

Anche buona parte del Public Program, destinato a svolgersi nelle stesse giornate della fiera, si è ritrovato oscurato anzitempo. Peccato, davvero, perché la caratteristica delle iniziative che ruotano attorno alla fiera, geograficamente e idealmente, è quella di essere gratuite, aperte a tutti e con orari ampi. Due allestimenti, in particolare, sfondavano le barriere tra i linguaggi e tra l’arte e la testimonianza civile.

Nelle sale del Palais de Iéna, sostenuta da Miu Miu, la regista (e artista) Alice Diop ha dato forma, voce, immagini, suoni a un “Geste de Consolation”. Il “Gesto” si concentra su un’unica domanda che attraversa l’intera opera di Diop: «Voglio che la mia curatela sia incentrata su atti di consolazione ideati da artiste nere, ciascuna attiva nella propria disciplina, per riparare lo sguardo feticizzante a cui secoli di storia dell’arte ci hanno confinate».

Sotto la volta della Chapelle des Petits Augustins, gipsoteca delle Belle Arti, tra copie in gesso di Michelangelo, quaranta vecchi televisori e computer appoggiati su tavolini, o sgabelli, o mobiletti ti parlano, e davanti a ciascuno, una sedia o una poltrona di recupero, ti chiede di sederti e ascoltare. Quaranta voci, quaranta volti, quaranta storie di un quartiere di Istanbul, si sovrappongono in un brusio, come di sciame: è la quinta, e ultima, edizione dell’installazione “Küba” realizzata da Kutluğ Ataman e riallestita con la curatela di Nathan Ladd per la galleria Niru Ratman di Londra. «Da tre decenni – spiega Ladd – la pratica artistica d’elezione di Kutluğ Ataman è la vita degli altri». Folgorante.

Chi compra l’arte oggi?

L’annuale Survey of Global Collecting diffuso da Art Basel e UBS, ovvero il report che, curato da Clare McAndrew, fondatrice di Arts Economics, tasta il polso alla salute e del mercato e dei collezionisti ( di Stati Uniti, Regno Unito, Cina, Hong Kong, Francia, Australia, Germania, Giappone, Brasile e Singapore – no, l’Italia non c’è) ha posto un accento particolare sul ruolo della Gen Z, dunque a rigore i nati tra il 1995 e il 2009. Secondo il report, la Gen Z ha speso il media il doppio delle altre generazioni.

Ma quanti sono i giovani tra 20 e 29 anni in grado di affrontare questi prezzi?

Secondo Art Basel non pochi, e la grande maggioranza degli Z-milionari, quando non miliardari, si sono fatti da sé: non ereditieri (non solo) ma protagonisti della nuova economia digitale, della corsa dell’Intelligenza Artificiale, dello sviluppo d’ogni tipo di piattaforma. Certo, vi sono nazioni che trainano e altre che arrancano. Visto che siamo a Parigi, ecco la quota di mercato della Francia: circa l’8 per cento del mercato mondiale. Con la chiusura anticipata di Art Basel Paris, i più colpiti sono i galleristi francesi e il Comitato professionale delle gallerie d’arte (CPGA), che ne sono «costernati». Ma la leadership, piaccia o no, è ancora saldamente in mano agli Stati Uniti.

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