Social: il Kids Act europeo punta allo stop fino a 15 anni. Ma il consenso dei genitori non basta

La bozza dell’EU Kids Act arriva con anni di ritardo, ma almeno riconosce ciò che famiglie, psicologi ed educatori vedono da tempo: i minori sono stati lasciati dentro piattaforme progettate per catturare la loro attenzione, raccogliere dati e trasformare ogni fragilità in tempo di permanenza.

Il consenso dei genitori

Sotto i 15 anni l’accesso ai social dovrebbe avvenire soltanto con il consenso dei genitori, mentre alle aziende verrebbe chiesto di verificare l’età, proteggere i profili, limitare i contatti con gli sconosciuti e rinunciare ad alcuni dei meccanismi più aggressivi, dallo scorrimento infinito alle notifiche costruite per riportare continuamente l’utente dentro l’applicazione. Era ora che l’Europa smettesse di chiedere autocontrollo a un tredicenne mentre consente alle multinazionali di investire miliardi per aggirarlo. Quando un ragazzo passa ore a scorrere video non abbiamo davanti soltanto un problema educativo familiare.

C’è un prodotto pensato per non lasciarlo andare, capace di imparare rapidamente ciò che lo incuriosisce, ciò che lo ferisce e ciò che lo tiene incollato. Presentare tutto questo come una libera scelta del minore è stato uno degli alibi più comodi degli ultimi anni. Il punto debole dell’EU Kids Act è proprio il consenso genitoriale. Sulla carta appare una tutela, nella quotidianità rischia di diventare l’ennesima autorizzazione concessa in pochi secondi.

Social vietati ai minori di 15 anni in Francia, prima viene il diritto di crescere di Giuseppe Lavenia 22 Luglio 2026

Social vietati ai minori di 15 anni in Francia, prima viene il diritto di crescere

Figli e genitori

Chiunque lavori con le famiglie conosce bene quella scena: un figlio insiste perché tutti i compagni hanno già un profilo, teme di essere escluso dal gruppo, accusa il genitore di non capirlo; l’adulto prova a resistere, poi cede, non perché sia disinteressato o irresponsabile, ma perché è stanco, si sente solo e non sa più se quel no stia davvero proteggendo il figlio oppure lo stia isolando. È troppo facile dire ai genitori che devono imparare a mettere limiti. Molti quei limiti provano a metterli ogni giorno, spesso senza il sostegno della scuola, delle istituzioni e degli altri adulti.

Se in una classe quasi tutti hanno già accesso ai social, il peso del divieto ricade interamente sulla singola famiglia. Il genitore diventa quello cattivo, il figlio quello diverso e la piattaforma continua tranquillamente a guadagnare. Una legge seria dovrebbe impedire che la protezione dei minori dipenda dalla capacità di ogni madre o padre di reggere, da solo, ore di conflitto domestico. Per questo, insieme alla verifica dell’età, servono programmi pubblici di accompagnamento alla genitorialità digitale, incontri nelle scuole, sportelli territoriali e indicazioni comprensibili. I genitori devono sapere che cosa accade ai dati dei figli, come funzionano i sistemi di raccomandazione, quali segnali indicano un uso problematico e come affrontare un conflitto senza alternare divieti improvvisi e resa totale. Soprattutto, devono poter contare su regole uguali per tutti.

Serve una norma condivisa

Dire no diventa molto meno difficile quando quel limite non è un capriccio familiare, ma una norma condivisa. Anche la soglia dei 15 anni mi sembra insufficiente. A quell’età il bisogno di appartenenza, l’esposizione al giudizio dei coetanei e la ricerca di conferme sul proprio corpo hanno ancora un peso enorme. È proprio su queste vulnerabilità che lavorano molte piattaforme. In Italia l’accesso autonomo ai social dovrebbe essere consentito dai 16 anni e subordinato al conseguimento di un Patentino Digitale obbligatorio a punti. Il patentino libererebbe anche i genitori da una trattativa estenuante condotta famiglia per famiglia.

Un Patentino Digitale

Prima dell’accesso autonomo, i ragazzi seguirebbero un percorso di due anni su privacy, cyberbullismo, consenso, diffusione di immagini intime, reputazione online, fake news, algoritmi, intelligenza artificiale, dipendenza e gestione del tempo. Al termine sosterrebbero una prova reale. Non un quiz preparato per essere superato da tutti, ma una verifica delle competenze necessarie per abitare uno spazio pubblico nel quale si può ferire, essere feriti e lasciare tracce difficili da cancellare. I punti servirebbero a collegare i comportamenti alle conseguenze. La diffusione di immagini intime, la creazione di profili falsi, le minacce o gli atti gravi di cyberbullismo comporterebbero la perdita di punti e un percorso educativo per recuperarli. La possibilità di rimediare deve restare centrale, perché un adolescente non può essere identificato per sempre con il suo errore.

Continuare a non prevedere alcuna conseguenza, però, non è educazione: è indifferenza adulta. La bozza europea appare debole anche quando lascia spazio all’autoregolamentazione per videogiochi, chatbot e compagni virtuali basati sull’intelligenza artificiale. Strumenti capaci di raccogliere le confidenze di un minore e di rispondere a domande sulla sessualità, sull’umore o sulle relazioni non possono essere controllati prevalentemente dalle stesse aziende che li vendono. Su questo terreno servono obblighi verificabili e sanzioni che rendano economicamente sconveniente ignorare la sicurezza. L’EU Kids Act può aprire una fase nuova, purché il consenso dei genitori non diventi il modo con cui le piattaforme scaricano ancora una volta la responsabilità sulle famiglie. In Italia abbiamo bisogno di una soglia chiara a 16 anni, del Patentino Digitale a punti e di un sistema che sostenga concretamente gli adulti quando devono dire no. Abbiamo lasciato per troppo tempo ogni genitore da solo davanti a industrie molto più forti di lui; continuare a chiamarla libertà educativa sarebbe soltanto ipocrisia.

Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” e docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche

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